30/11/2006 - aritmosofia-e-filosofia
Nereo Villa Senza l'io non può esservi sovranità Aritmosofia e filosofia dell'io Parte prima

"Terrestre", acquerello di Aurelia Pallastrelli
Questa pagina continua e sintetizza il risultato di miei precedenti studi sull'importanza biblica di alcune concetti ed idee, in primis il numero quattro, il concetto di potere, e l'idea di ciclicità della ricchezza (1), dato che qui parlo non solo di temi centrali del cattolicesimo e di altre confessioni religiose, quali per esempio l'eucarestia e la risurrezione, ma anche del monetarismo, cioè della morte, intesa come catastrofe o brusco cambiamento di stato dell'imperialismo bancario, fatto che non può non avvenire, essendo il divenire una realtà della vita e del verbo essere: l'"io sono" deve infatti, per forza di cose, passare nell'"io sono stato", pur rimanendo se stesso, ed anche se nel qui ed ora l'io ha in sé più esperienza di ieri, rimane se stesso, migliora se stesso, e diventa sempre più se stesso. Così, in questo contesto del divenire - ed anche del problema filosofico del divenire - vi è posto anche per la moneta, dato che perfino il nome "moneta" basa su "manas", che in sanscrito significa "io superiore", o "io spirituale", o "sé spirituale". Nel toccare il problema filosofico del divenire, queste mie riflessioni costituiscono, anche se indirettamente, una critica costruttiva al pensiero di Severino, cioè una critica costruttiva, impostata su premesse scientifico spirituali di tipo aritmosofico, all'esigenza di verità da lui esposta soprattutto in suoi scritti sulla cultura religiosa in generale, ed in particolare sul cattolicesimo. La differenza fra la concezione di pensiero di Severino e la mia, è che per me il divenire è un oggetto di percezione reale, che non contraddice, ma che realizza il mio spirito evolutivo: se infatti un musicista non vuole, per pigrizia o in nome di una tecnica meramente digitale e computerizzata, applicarsi a studiare tecnicamente la diteggiatura di quel difficile passaggio musicale relativo al suo strumento, non potrà mai arrivare ad eseguire quel passaggio senza dipendere dal computer, e quella esecuzione rimarrà non attuata o, tutt'al più, storpiata, senza l'intervento del computer. Costui non sarà mai un pianista o un chitarrista, ecc. Sarà tutt'al più un bravo fonico emulatore. La critica che Severino fa al comunismo, al capitalismo, e soprattutto al cattolicesimo, non mi è pertanto difficile da condividere, e la maggior parte delle sue affermazioni, soprattutto in merito alla chiesa cattolica, sono per me qualcosa non solo da accettare, ma da accettare come ovvio. Per esempio, se per un motivo qualsiasi fossi un giorno costretto a scegliere fra l'"eterno riposo" in una tomba e la risurrezione insegnata dal cattolicesimo o da qualsiasi altra confessione religiosa, preferirei la tomba: l'idea di un io che sopravvive non come io ma come mera carne ("risurrezione della carne"), o mero corpo ("il mio corpo vedrà il Salvatore"), cioè alla stregua di un essere meramente materiale, è per me ripugnante. È un'idea perversa, che abbassa lo spirito, operando contro lo spirito stesso. Io mi riconosco e mi accetto. Riconosco l'umanità e l'accetto. Riconosco la vita e l'accetto. Però non posso accettare chi non riconosce l'io. O meglio, posso accettarlo allo stesso modo in cui un medico accetta un malato. Perché se non riconoscessi tale patologia, e fossi "tollerante" con tale impostazione di NON PENSIERO che non riconosce l'io, darei solo man forte alla produzione di schiavi. Eppure oggi più che mai, a non riconoscere l'io sono proprio i sedicenti filosofi, gli economisti, e TUTTE le istituzioni. Da questo punto di vista Severino, e ciò vale anche per la maggior parte di coloro che occupano posizioni istituzionali, non mi sembra da meno, dato che inizia la sua conferenza "Tecnica, nichilismo verità", tenuta a Mosca presso l'ambasciata italiana l'11 dicembre 1998, e saggio conclusivo del suo ultimo libro "Nascere", sintesi di tutto il suo pensiero, con queste parole: "Sono onorato di esporre qui a Mosca alcuni tratti centrali del mio discorso filosofico. Ma che peso può avere un discorso che sia "mio", cioè sia il prodotto teorico di "qualcuno", di un "individuo" (o anche di un gruppo sociale)? Che verità può avere un discorso di questo tipo? E, d'altra parte, il senso che la nostra cultura attribuisce alla "verità" e alla sua negazione è indiscutibile? Desidero aggiungere che i "tratti centrali" di un discorso filosofico rinviano ai tratti fondamentali, che però, in questo nostro incontro, dovranno restare sullo sfondo". Spero di sbagliarmi, ma questa introduzione, al di là dell'umiltà accademica, sembrerebbe affermare: "Ciò che dico io non ha peso, anche se...", e questo atteggiamento è tipico di coloro che propongono se stessi non attraverso il loro io, ma attraverso conclusioni logiche che devono restare "sullo sfondo", come se l'io non contasse nulla, come se il pensare stesso non contasse nulla. Eppure Severino nel libro "La bilancia", che è una raccolta di suoi articoli a quotidiani e riviste, osserva che l'invincibilità materiale ha preso il posto della invincibilità della verità, segno quindi che egli crede ancora nella verità. Ma chi crede nella invincibilità della verità può davvero iniziare un discorso come sopra? Oggi, in effetti la gente, per fede in determinate conclusioni o definizioni logiche considerate realistiche, non capisce che occorre osservare la realtà, e che solo dalla realtà derivano le giuste impostazioni dei problemi. E ciò vale anche e soprattutto in campo sociale. Per esempio, si crede che bisogna lavorare perché vi sia merce. Ovviamente bisogna lavorare per avere merce. Ed è logico che la merce provenga dal lavoro. Ma non si tiene conto del fatto che oggi la maggior parte del lavoro viene svolto dalle macchine. In base a questa mancanza di considerazione della realtà si accetta poi come ineluttabilmente normale che chi non trova lavoro debba impoverirsi sempre più, mentre la tecnologia e il progresso avanzano. Che logica è mai questa? Allora bisognerebbe chiedersi: la realtà è mera logica o è qualcosa di diverso? Io so che la realtà è logica in quanto legame (logos) fra oggetto di percezione ed "io". Nella realtà del quotidiano, l'essere umano infatti si collega alle cose caratterizzandole attraverso perfezionamenti mai esaustivi dei relativi concetti, vale a dire non attraverso definizioni concettuali pre concepite (preconcetti), e nella misura in cui progressivamente si allarga la cerchia del mio osservare, io sono obbligato a correggere la mia immagine del mondo. Questo processo di attività interiore si verifica tanto nel mio quotidiano quanto nell'evoluzione generale dell'umanità: l'immagine che gli antichi si facevano della relazione della terra col sole e con gli altri corpi celesti, dovette essere sostituita da Copernico con un'altra, proprio perché non andava più d'accordo con certe percezioni che prima erano sconosciute. Ciò significa anche che chi si rapporta al mondo attraverso definizioni o dogmi è costretto prima o poi a proclamare l'incompatibilità tra il pensiero di qualcuno e la sua "ideologia". Infatti, quando Severino insegnava all'università cattolica di Milano, nel 1970 la chiesa cattolica proclamò ufficialmente l'incompatibilità tra il suo pensiero e il cristianesimo, e nel suo libro "Il mio scontro con la chiesa" è contenuta tutta la documentazione epistolare che ha condotto a tale proclama. La religione, tuttavia, è rimasta un tema centrale della sua filosofia, e nel suo ultimo libro "Nascere" egli si dedica a un esame rigoroso delle posizioni della chiesa cattolica sull'idea di verità e di natura, sulla bioetica, sulla libertà d'insegnamento, sulle leggi dello Stato, e sull'economia, tutto ciò in relazione all'idea del divenire. A me pare che, per quanto i risultati della ricerca di Severino siano giusti, l'arrivarvi in modo teoretico, attraverso il non dare realtà al divenire sia qualcosa di errato, o quanto meno di molto farraginoso e inefficace. Oltretutto, a me pare sensibilmente percepibile che per accorgersi che la chiesa è marcia non ci vuole tanta filosofia teoretica: la ricchezza dello IOR (banca vaticana) e la povertà di Gesù di Nazareth sono da secoli sotto gli occhi di tutti, ed allo stesso modo è sotto gli occhi della storia che la chiesa ha sempre ammazzato tutti coloro che fino a due secoli fa si opponevano ai suoi dogmi. Chi poggia sulla realtà non può fare a meno di osservare queste cose. Per esempio, se si osserva come il divenire si manifesti nel "pensiero" dei materialisti darwinisti convinti, si ha di fronte il fatto che costoro credono che da un animale come la scimmia salti poi fuori, come dal cappello di un prestigiatore, l'uomo. Da bravi scienziati naturalisti costoro si formano prima il concetto di una sorta di scimmia e poi quello dell'uomo. Però non esiste in natura il corrispondente oggetto di percezione di tale passaggio, proprio perché tale passaggio è solo una elucubrazione astratta, che non basa su dati reali di osservazione, come è stato del resto diligentemente dimostrato nel 1971 da Björn Kurtén nel suo libro "Inte från aporna" ("Non dalle scimmie"") (2). Quando si vuole poggiare su fatti reali, occorre dunque distinguere fra logica concettuale meramente astratta, e logica derivata dall'osservazione. E tutto ciò dovrebbe essere approfondito non solo nel campo religioso, ma in ogni campo conoscitivo, e soprattutto in quello delle scienze sociali, altrimenti non si può arrivare ad un vero ordinamento sociale, o a condizioni politiche necessarie al presente e al domani. Chi dunque non vuole indirizzarsi verso un pensiero conforme alla realtà, può pervenire solo a qualcosa di inutile, ed, anzi, di distruttivo, per tutti. Severino incomincia il suo libro chiedendosi: "L'"uomo" - si dice - si allontana sempre più dalla "natura". Ad esempio, non aumenta nel mondo il numero degli aeroporti, degli aerei, degli uomini che vivono porzioni crescenti della loro esistenza muovendosi nel cielo? E non basta già questo a convincere che aumenta una forma di comportamento ben distante dalle CONDIZIONI ORIGINARIE (3) della vita umana? Per "natura" l'uomo non vola..." (4). Ma qui, le "CONDIZIONI ORIGINARIE della vita umana" non sono assunte come oggetti di percezione reali, perché Severino è un uomo di questo tempo, e non un uomo dei primordi. Esse sono pertanto soltanto immaginate come tali! E qui è facile cadere nel misticismo, nel fideismo, o nell'immaginazione poggiante su mere astrazioni. Presumere che la vita umana reale sia come la si afferma è infatti immaginare e CREDERE a "CONDIZIONI ORIGINARIE" impercepibili, alle quali si da' carattere di percepibilità! Una simile impostazione di pensiero non poggia dunque su quanto si connette a fatti reali, bensì su quanto è astratto dal reale. È un po' come quella dei darwinisti convinti, i quali credono nel concetto di "scimmia", il quale diventa poi il concetto di "uomo", pur non avendo mai osservato concretamente tale divenire. Mi sembra dunque che in molte sue affermazioni Severino non parta dalla percezione degli oggetti del mondo, ma da contenuti di pensiero impercepibili, e tuttavia considerati come se fossero percepibili. Così, più avanti è costretto a dire: "Se si considera la CONDIZIONE ORIGINARIA dell'uomo, tutta la civiltà umana è "contro natura"; appunto perché essa è andata sviluppandosi oltrepassando continuamente i LIMITI costituiti da quella condizione". Certamente, chi considera astrattamente la "CONDIZIONE ORIGINARIA dell'uomo" crede di percepire anche i relativi "LIMITI costituiti da quella condizione", fino ad affermare poi, come Severino fa, che "LA RAGIONE STESSA DELL'UOMO è contro natura", e che "l'evoluzione è l'abolizione dello stato originario dell'uomo. La configurazione attuale dell'uomo, rispetto alla sua natura originaria, è cioè contro natura". Ovviamente, le cose del mondo possono essere osservate in tal modo solo da chi considera una violenza alla natura la volontà di approfondirle attraverso RAGIONE. Ed è ovvio che da un punto di vista astratto come questo, l'evoluzione del pensiero umano possa apparire volontà dell'uomo di divenire altro da quello che è. In tutta questa concezione del mondo, il ritornello severiniano è infatti proprio il "divenire altro", quasi che le cose non debbano cambiare, ma rimanere quelle che sono, immutabili e incontrovertibili. Severino nega realtà al divenire, e lo afferma esplicitamente: "[che il divenire non sia reale] lo dico da decenni nel modo più esplicito ed analitico possibile" (5). In questo contesto, il DIVENTARE, il mutare, il cambiamento, la metamorfosi, tutto ciò, è considerato alla stregua del biblico peccato di Adamo ed Eva: "Nello stesso mito veterotestamentario Adamo vuol DIVENTARE Dio. Vive nel paradiso terrestre: la terra ignora il dolore e la morte; non c'è bisogno di ripararsi da essi; non c'è da attendere un salvatore. Eppure Adamo vuole DIVENTARE sicut Deus, cioè sicut aliud. Guardando la terra crede di vedere il DIVENIR altro delle cose e di se stesso e crede quindi di poterlo portare al culmine". Ma le cose stanno proprio così come Severino le descrive "percependo" fra virgolette quel momento iniziale del "berescìt" biblico? Se si considera quel momento si ha di fronte il punto in cui comincia il libro della Genesi, la Bibbia. Lì si parla certamente di uno stato di cose. Però alle prime parole della Genesi devo davvero collegare quel qualcosa di astratto e di oscuro che mi si presenta nell'uso abitudinario di espressioni come "all'inizio" o "nel primo principio"? In confronto a ciò che si può sperimentare con il , "berescìt" (così è chiamato dagli ebrei il libro della Genesi), queste espressioni risultano meschine o banali. Se si prendono i primi QUATTRO versetti biblici si possono infatti contare già 148 lettere.

Queste prime 148 lettere sono famose già solo come numero! Si tratta di un numero importante che riguarda un "passaggio", espresso dai concetti di "Pasqua" ("Pasqua" significa propriamente "passaggio") e da quelli di "pane" e "vino", che nel contesto della liturgia pasquale sono gli elementi strumentali alla cosiddetta trasformazione delle sostanze, o transustanziazione. Avviso il lettore che quanto segue è di facilissima comprensione. Ed, anzi, perfino un bambino può capire (i bambini infatti capiscono immediatamente queste cose, perché non hanno ancora il cervello fuori uso a causa dei contenuti scolastici ed universitari a cui vengono poi sottoposti dalla cosiddetta cultura "dell'obbligo"). Se infatti ci si serve dell'alfabeto ebraico, si vede in che modo le parole bibliche si armonizzino tra loro. A questo scopo si utilizzi il seguente tabulato riassuntivo dell'alfabeto ebraico, con a destra i rispettivi valori numerici (6):
Lettere ebraiche - Valori numerici 1ª ALEF = 1 2ª BET = 2 3ª GHIMEL = 3 4ª DALET = 4 5ª HE = 5 6ª VAV = 6 7ª ZAIN = 7 8ª CHET = 8 9ª TET = 9 10ª JOD = 10 11ª KAF = 20 12ª LAMED = 30 13ª MEM = 40 14ª NUN = 50 15ª SAMEK = 60 16ª HAIN = 70 17ª PHE = 80 18ª TZADE = 90 19ª QOF = 100 20ª RESH = 200 21ª SCIN = 300 22ª TAW = 400
Si entra così in un vero e proprio mondo di numeri, che deve fare da guida, in quanto costituisce il mondo essenziale della parola biblica. L'alfabeto ebraico, infatti, non distingue fra lettere e cifre, come fanno gli alfabeti occidentali, anche se è possibile trovare in alcuni di essi, per esempio nell'alfabeto romano, una flebile traccia di questa funzionale bipolarità fra lettera e numero. per esempio, la "v" maiuscola latina, "V", corrispondeva al numero 5, la "L" al 50, la "C" al 100 e così via. Se ora si prendono i rispettivi valori numerici delle parole "lechém", , che significa "pane", e "iaìn", , che significa "vino", e "pesàc", , che significa "Pasqua, passaggio", si hanno i seguenti numeri: 30, 8, 40 (lettere lamed, chet e mem della parola "lechém"), totale 78; 10, 10, 50, (lettere iod, iod, e nun della parola "iaìn") totale 70; e 80, 60, 8, (lettere pe, samec, e chet della parola "pesàc") totale 148. Quest'ultimo numero è però la somma di 78+70, cioè del pane più il vino, elementi essenziali della cena pasquale:
pane = 30 + 8 + 40 = 78 vino = 10 + 10 + 50 = 70 Pasqua = 80 + 60 + 8 = 148 = pane + vino
Ecco dunque perché per "percepire" il momento iniziale della Bibbia non basta collegare al "berescìt" biblico la mera e usuale traduzione linguistica: "In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre". Quando l'essenzialità di un linguaggio consiste nella sua peculiarità aritmosofica, come nel caso della lingua ebraica, il solo tradurre in un'altra lingua i suoi contenuti, che sono in essenza contenuti aritmetici, significa farne qualche cosa d'altro, snaturarla: i suoi contenuti-di-immagini-E-di-numeri vengono ridotti a sole immagini. Tenendo conto della concezione quantitativa, e non solo quella qualitativa di tipo linguistico o semantico, della lingua ebraica, ho più volte osservato come il solo tradurla, vada contro le indicazioni stesse della Bibbia: non appena infatti "la parola non è niente di più che una descrizione di un'immagine o di un sentimento, essa perde la sua connessione con l'elemento quantitativo, tramite il quale fu portata fino al confine del mondo spazio-temporale con il mondo dell'essenza. Se dunque si vuol vedere una parola biblica solo come una descrizione di immagine, così ad esempio [...] la parola "casa" solamente come immagine di una casa, oppure se nella descrizione di un sentimento, ad es. "vendetta", si bada soltanto a ciò che si sente quando si immagina "vendetta", allora in questi casi si è tolto alla parola biblica il suo significato più profondo. Della parola si sono fatte immagini. Ma come ciascuno sa, la Bibbia non vuole che si facciano immagini" (7). Eppure moltissime persone costruiscono astrattamente i loro ragionamenti in base a immagini di questo tipo, che altro non sono se non "fede", intendendo con questo concetto la fede nei vari traduttori confessionali della Bibbia. Quando Severino parla di fede, pare non rendersi proprio conto di questo aspetto ermeneutico dei testi biblici: "Questa fede ne rispecchia una ancora più originaria. Prima di aver mangiato dell'albero della scienza del bene e del male, Adamo sa già di essere stato prodotto, creato da Dio". In tal modo Severino afferma così, cioè in modo ingenuo, ciò che presume sia vero, così come è stato tradotto. Ovviamente come filosofo nessuno può dire di avere percepito Adamo, o Dio, e tanto meno ciò Adamo e Dio sanno o creano. Però se si vuole ragionare sull'Adamo e sul Dio della Bibbia, bisognerebbe almeno basarsi sulla peculiarità linguistica con cui questi due contenuti concettuali, Adamo, , "Adam", e Dio, , "Eloim", vengono trasmessi. Oggi non si da' molta importanza ai nomi delle cose e delle persone, eppure i nomi, specialmente nel contesto biblico, ebbero ed hanno importanza assoluta, in quanto permettono di comprendere la realtà dell'essere a cui si riferiscono. Per esempio, nella Bibbia si parla non solo di "Eloim" ma anche di "Yhwh Eloim", , che di solito è tradotto con "Signore Dio", o "Dominus Deus". Questa semplificazione impedisce di apprendere per esempio che le lettere "iod", "he", vav", "he", che formano la parola "Yhwh", scritte estensivamente come si pronunciano, hanno bisogno di tanti "mattoni" costitutivi quanti sono quelli che costituiscono la parola "adam" Ora risulterà più chiara la seguente scrittura estesa delle quattro lettere "iod", "he", "vav", "he", che compongono il nome Yhwh, superficialmente tradotto con "Dominus" (per "scrittura estesa" si intende la scrittura delle lettere alfabetiche che determinano il nome di una lettera, per esempio: in italiano, la struttura estesa della lettera "r" sarà il suo nome "erre" nella seguente sequenza o estensione: "e", "r", "r", "e"): la scrittura estesa della "iod" è data dalle lettere "iod", "vav", e "dalet"; la scrittura estesa della "he" è data dalle lettere "he" ed "alef"; la scrittura estesa della "vav" è data dalle lettere "vav", "alef", e "vav"; la scrittura estesa della "he" è data (come sopra) dalle lettere "he" ed "alef". Sommando i valori numerici di tutte queste lettere che formano la scrittura estesa di "iod", "he", "vav", ed "he", si ottiene rispettivamente:
["iod"+"vav"+"dalet"]+["he"+"alef"]+["vav"+"alef"+"vav"]+["he"+"alef"] [ 10 + 6 + 4 ] + [ 5 + 1 ] + [ 6 + 1 + 6 ] + [ 5 + 1 ] = 45
la cui somma totale è 45. Ma la aritmosofia di "adam", parola formata dalle lettere "alef", "dalet", e "mem", in valori numerici 1, 4, 40, da' anch'essa come somma totale 45. "Adam" e "Yhwh" consistono sostanzialmente allora del medesimo numero di unità? È proprio così. Ecco perché chi percepisce e riconosce l'antica conoscenza della Parola, poggiante su logica aritmosofico-biblica di questi nomi può penetrare fino alla Parola creatrice divina, che è il principio d'ogni cosa, ed alla quale accenna l'autore del Vangelo di Giovanni, nelle prime parole del libro: "In principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio". Lo scrittore della tradizione giovannea voleva allora significare con il suo testo: o uomini, la Parola esiste anche oggi, e dove si trova? La Parola è presso l'uomo! È qualcosa di umano! In questo modo dunque l'evangelista riallaccia l'uomo a Dio, non per fare della poesia religiosa o del misticismo, ma in realtà secondo concreta percezione scientifico-spirituale (aritmosofica), di un fatto preciso. Si pensi a dei mattoni: l'uomo e Dio consistono concretamente del medesimo numero, 45, di "mattoni costitutivi"! E Gesù di Nazaret non esprimeva forse quest'identità fra Dio e uomo anche in base alle antiche scritture dicendo "Non sta scritto nella vostra legge: "Io ho detto: voi siete dèi?" (8)? Il salmo 82,6 dice infatti: "Io ho detto: 'Voi siete dèi, siete figli dell'Altissimo'"! Da questo punto di vista, come stanno ora le cose col nome "Eloim" con cui principia la Bibbia, e che viene in genere tradotto con il termine "Dio" ("All'inizio Dio creò...")? Qui l'aritmosofia è qualcosa che fa risaltare ancora di più questo aspetto del 45: la parola "Eloim" è formata dalle lettere "alef", "lamed", "he", "iod", e "mem", valori numerici 1, 30, 5, 10, 40, somma totale 86. Osservando queste lettere, si vede che fra la prima e l'ultima lettera di questo nome, cioè fra l'"alef" e la "mem", viene ad essere espresso il 45 proprio nella parte centrale del nome, e precisamente attraverso le lettere "lamed", "he", e "iod", come se "Eloim" fosse una madre che tiene nel proprio grembo il 45!

Ed è sorprendente che la parola ebraica per "madre" , "èm", si scriva proprio con le lettere "alef" e "mem", rispettivamente iniziali e finali di "Eloim".

"Eloim" porta dunque in sé il 45 proprio come una grande madre capace di far crescere in sé "adam", l'umanità, esprimendo perfino il 9 come numero sintetico, dato dal 4 e dal 5, di quella crescita! Ed il numero "nove" non fa forse pensare al "nuovo" che viene al mondo dopo 9 mesi di gravidanza (in latino "nove" è un avverbio che significa "nuovamente"!)? Il numero 9 in ebraico è la lettera "tet", che come parola significa "utero", cioè il luogo dove si sviluppa, cresce ed infine si fa innanzi il "nuovo". Il futuro essere umano ha origine da una piccolissima porzione dell'uovo fecondato, precisamente - guarda il caso (!) - da 9 centesimi della morula. Dopo 9 mesi di gravidanza, il nuovo, il neonato, dall'utero viene alla luce. La lingua biblica con la parola "tet" non intende tuttavia soltanto l'utero umano, ma qualcosa come il buio, dove il nuovo si prepara per venire alla luce. Si pensi alla nona piaga, la tenebra: anche in essa, come nell'utero e nel nove, sono concentrate per "i figli di Israele" (10) forze vitali di luce, di tipo solare e regale. Perfino nell'opera dantesca sembra essere confermata l'antica conoscenza del nove, dato che dal misterioso numero 9 Beatrice è particolarmente amata, afferma Dante in "Vita Nova"! Con il valore numerico "dieci" si fa avanti infatti una "nuova" dimensione, un nuovo livello del mondo dei numeri. Nel nostro modo di scrivere, tale novità è rappresentata dallo zero posto a destra dei precedenti nove numeri. Nella lingua italiana l'io, scritto con le maiuscole, assomiglia a un dieci: IO, in cui lo zero è il cerchio della vocale "o" e l'uno è la lettera "i". Il ciclo, che compare con il numero 10 si trova immaterialmente prima dell'uno, come "uovo cosmico", da cui l'uno nasce, seguito dagli altri numeri fino a quando viene "nuovamente" alla luce. Ecco perché si diceva anticamente che la lettera "iod", valore numerico 10, viene preparata e partorita dalla "tet", valore numerico 9. In realtà la "nuova" fase è che ogni valore numerico dopo il dieci, porterà in sé qualcosa della decina, e così via al "nuovo" livello delle centinaia, ecc. La creazione, come la nascita, è dunque la buona "novella" dell'umanità "adam", il 45 che porta in sé il 9 cosmico, e che a sua volta è portato da "Eloim", come da una "èm" cosmica, da una madre cosmica. La creazione è dunque qualcosa che avviene dall'INTERNO di Dio stesso, come un riflettere cosmico, un pensare cosmico. Gli Eloim, riflettendo, creano verso l'esterno, essendo attivi interiormente. Siamo allora ben lontani qui dalla "creatio ex nihilo" del dogma creduto! La creazione dal nulla promossa dalle confessioni religiose è data solo dal fatto che questo nulla - in ebraico "aìn" - è la barriera che si oppone alla facoltà intellettuale umana di ragionare, quando, attraverso mere astrazioni prive di contenuto, si pretende di oltrepassare i limiti dell'osservazione umana. Il nulla sorge perché non si vuole poggiare sui fatti della realtà: si preferisce poggiare su carte, documenti, libri, modelli di pensiero, logica di concetti, che del concetto hanno solo la parvenza, ma che sono immaginazioni, o leggi, o dogmi, o fede acritica. E poggiando su incartamenti... ci si "incarta". Ci si "incarta" nel nulla perché non si vuol fare scaturire la logica dall'osservazione. Ecco perché salta fuori la cosiddetta "creazione dal nulla". Ma l'inizio di cui parla la Genesi è solo un gradino della creazione. È l'espressione del manifestarsi di uno stadio evolutivo, un livello della spirale raggiunto. È come la conta dei numeri algebrici dal meno al più e viceversa. La creazione non è mai finita. È un po' come la respirazione, che procede con una inspirazione (evoluzione) ed una espirazione (involutzione). E così bisognerebbe interpretarla: come il detto "mille e non più mille" giustamente inteso, vale a dire dell'uno che proviene dal primo, dal secondo, dal terzo, e dal quarto "uovo cosmico", quello della nostra Terra attuale. Questo sapevano gli antichi a proposito della creazione creata dal cosiddetto "antropocosmo", termine con cui si intendeva un organismo vivente, cioè respirante, e produttore di "big bang" ad ogni intervallo fra le sue inspirazioni ed espirazioni!

Ecco perché gli antichi scrutatori delle scritture non concedevano alcuna interruzione della corrente di emanazione del primo grado (o prima "sefiràh") della creazione al suo consolidamento nei mondi noti alla cosmologia medioevale. Ma poiché la verità spaventa e fa male al potere - soprattutto al potere dei manipolatori di capitali, che quanto a numeri, sanno loro come fare per frodare il popolo - essa doveva essere nascosta. E questa concezione, che "rimase una credenza segreta - spiega Scholem (1897-1982) -, "venne nascosta dietro l'uso della formula ortodossa" (9) della "creatio ex nihilo", cioè della menzogna. Oggi infatti ad imitare il dio astratto della "creazione dal nulla" sono i banchieri. Essi fanno ciò all'insaputa del popolo, il quale dovrebbe essere sovrano (11), ma non lo è in quanto occultamente obbligato a delegare alla buonafede ed all'autocontrollo dei banchieri la gestione dell'emissione monetaria. È così divenuto tecnicamente possibile, per le banche, emettere denaro dal nulla. A questo conduce la "creatio ex nihilo" della menzogna. Ad oggi infatti il popolo italiano non è in grado di opporsi ad uno scempio del genere, dato che è impossibile controllare che uso le banche private facciano della sovranità monetaria che detengono, dato che sono sorvegliate dalla Banca d'Italia SpA che è posseduta da loro stesse! Ma tornando ora a Severino, devo dire che allo stato attuale dei "filosofi" che compaiono in TV, lui è senz'altro (almeno per me) il migliore. Ciò non toglie che anch'egli si fondi su un'impostazione di pensiero tipica delle università, vale a dire quella dell'astratto che domina il concreto. Credo tuttavia che Severino sia un pensatore onesto, anche se si serve, nel suo procedere, del mero pensiero universitario. Della sua sincera problematica condivido quasi tutte le sue conclusioni, anche se non posso accettare completamente il percorso che egli fa per arrivarvi, in quanto procedente da mere astrazioni mentali. Per es., egli afferma che Adamo "sa già che all'inizio il Dio senza mondo è diventato quello straordinario altro che è il Dio insieme al mondo", e che "quell'originario esser divenuto altro da parte di Dio induce Adamo a credere nella possibilità che egli e la sua compagna abbiano a diventare quel non più straordinario altro che è il loro essere sicut Dii". L'aritmosofia mostra invece che all'inizio non vi sono Eloim senza mondo. Perché gli Eloim, avendo in sé i 45 "mattoni", ed "Yhwh", essendo costituito da essi, mostrano un Dio creatore che ha il mondo in sé. Si pone allora la domanda: una donna che diventa madre, diventa altra da se stessa, o diventa anzi maggiormente se stessa? Allo stesso modo credo che se un pianista con volontà studia e ristudia tecnicamente quel passaggio, ed arriva ad eseguire quel brano di difficile esecuzione, non per questo diventa altro da un pianista, ma diventa semplicemente un pianista capace. Pertanto la tentazione di Adamo non può, secondo me, essere intesa come un cattivo esempio che Dio da' all'uomo, inducendolo a peccare. Certamente mi si può obiettare che non si può neanche paragonare Dio a un pianista che migliora se stesso, perché se è vero che Dio è per definizione perfetto, non può essere vero che si perfezioni, in quanto, evolvendosi, sarebbe in contraddizione con la sua perfezione. Ma questa obiezione proviene dal pensare Dio astrattamente e/o dogmaticamente, cioè aprioristicamente come se fosse possibile percepirlo e definirlo. È sostanzialmente un giochetto logico: Dio è perfetto, quindi l'evoluzione non può riguardarlo. Nella misura in cui il dualismo universitario fra cosa percepita e concetto, resta irrisolto, tutta la vita del pensiero procede così, come in un quiz, in cui assurdità e paradossi passano inosservati, e nascono poi di conseguenza obiezioni simili a questa. Infatti per le università, la vita è tutta un quiz, come nella canzone. Severino si oppone a questa carenza di universale nelle università - e qui mi è facile condividere il suo pensiero -, ma lo fa in modo universitario - e qui mi è impossibile condividerlo. L'errore principale dell'impostazione universitaria è quello di far apprendere il pensiero dei vari filosofi non tenendo conto di una questione storica fondamentale che riguarda il periodo che va dal sesto secolo precedente l'anno zero fino all'anno zero. Da circa il sesto secolo prima di Cristo in poi avviene infatti qualcosa di straordinario nell'umanità: una vera e propria RIVOLUZIONE INTERIORE: l'antica veggenza degli uomini, poggiante su suggestioni immaginative provenienti dal sentire, ora terminava, ed incominciava ad essere rimpiazzata dal pensiero. Era il passaggio dal cuore al cervello. Oggi, tutti sono disposti ad ammettere poeticamente che anticamente si pensava col cuore. Però non si è ancora chiarito che tale PASSAGGIO dal cuore, come sede del pensare, al cervello non ha un carattere meramente sentimentale, ma è qualcosa di straordinaria rilevanza scientifica e spirituale al contempo. Nella recente edizione (12) del volume del prof. Rosalind Onians (1899-1986), che elaborò per circa 30 anni questo importante documento che "vuole avvicinarci alle radici del nostro essere", si parla di tale PASSAGGIO secondo indagine lessicale, cioè analizzando parole "per lo più greche e latine, con cui è stato dato nome alla vita, allo spirito, all'anima, al corpo ed alla sorte, fin dagli inizi di quella civiltà composita, sfaccettata, innovatrice che,a un certo punto (tardo) della sua storia, fu chiamata 'europea'". Anticamente, infatti, tutta la veggenza umana era qualcosa di sognante e di impostato sul sentire, centrato appunto nel cuore e nel sangue, e ciò determinava gli uomini. Oggi invece l'organo del pensare è soprattutto la zona del capo, la cui massima testimonianza è espressa dallo straordinario evento del Golgota, parola questa, che proviene dall'ebraico e significa "cranio", e che è divenuta una sorta di tabù, dato che nessuno ne parla più. Il luogo del Golgota, "luogo del cranio", è infatti il luogo in cui fu assassinato Gesù di Nazaret, detto Cristo. I pensatori che vivono sei secoli prima di Cristo, sono coloro che avvertono per primi tale cambiamento dal "cuore" al "cervello", in quanto vivono nella loro attività interiore l'evoluzione verso una veggenza superiore in quanto libera dai legami del sangue e distaccata dalla mera emotività. È però solo verso il 1500 d.C. che l'interiore attività umana - cioè l'anima, prevalentemente sensitiva e sognante nell'antichità, e che ai tempi di Eraclito incominciò ad elevarsi fino alla possente immagine "razionale " del segno "più", "+", o "per", "x", della croce del Golgota - incomincia a manifestarsi anche come AUTOCOSCIENZA. Se non si tiene nel dovuto conto queste evoluzioni del pensiero umano, ogni pensatore dai presocratici fino ad oggi, sembra contraddire il precedente, allo stesso modo di come i "pensatori" moderni della filosofia teoretica, formulano filosofie astratte, che si fronteggiano le une contro le altre, reciprocamente annullandosi, ed allo stesso modo in cui anche gli attuali politicanti, oramai assolutamente privi di ogni benché minima cultura del senso dell'esperimento o della prova della croce, non riescono più a comprendersi, accecati come sono dalla paura del domani.
(continua)
NOTE (1) Vedi sul pul potere": http://digilander.libero.it/nereovillarisponde/kos_kis_kas(6).htm . (2) Björn Kurtén, "Non dalle scimmie", Ed. Einaudi, Torino, 1972. (3) Nota di Nereo Villa: i caratteri maiuscoli sono miei. (4) Emanuele Severino, "Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa", Ed. Rizzoli, Milano, gennaio 2005. (5) Lettera inviata al direttore di "Avvenire" Dino Boffo il 6 dicembre 2004, in "Nascere", op. cit. (6) Sull'attribuzione dei valori numerici alle 22 lettere ho sufficientemente trattato nel volume "Numerologia biblica. Considerazioni sulla Matematica Sacra", SeaR Edizioni, Reggio Emilia, aprile 1995. (7) Cap. III di "Numerologia biblica", op. cit. (8) Giovanni 10,34. (9) Gershom Scholem, "La cabala", Ed. Mediterranee, Roma, 1974. (10) Esodo, 10,23. (11) Cfr. "All'insaputa del popolo sovrano": http://digilander.libero.it/afimo/all_insaputa_del_popolo_sovrano.htm (12) R.B. Onians, "Le origini del pensiero europeo", Ed. Adelphi, Milano, 2006.
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