SENZA L'IO NON PUÒ ESSERVI SOVRANITÀ - aritmosofia-e-filosofia2

SENZA L'IO NON PUÒ ESSERVI SOVRANITÀ

30/11/2006 - aritmosofia-e-filosofia2

Nereo Villa

Senza l'io non può esservi sovranità

Aritmosofia e filosofia dell'io

Parte seconda

 

"Maria con Bambino", acquerello di Aurelia Pallastrelli

 

Poiché l'evoluzione del pensare è importantissima, cercherò di spiegarla ulteriormente attraverso un esempio.
Quanto segue è però solo un esempio di impostazione universitaria del pensiero. E non intendo con questo dire che tutto il procedere di Severino sia così.
Nella lettera del 23 luglio 1968, che Severino scrive "a Sua Eccellenza Mons. Carlo Colombo" dell'università cattolica di Milano, afferma: "Dal mio punto di vista, una "concezione dialettica della verità" come "sintesi speculativa di Parmenide ("l'essere è") e di Eraclito ("tutto diviene") è un circolo quadrato"! (1)!
Cos'è questo "circolo quadrato" di Severino se non l'espressione della contraddizione del pensiero dialettico fra essere e divenire, fra natura e ragionamento evolutivo, fra ciò che è creato e ciò che è concepito, pensato, fra oggetto di percezione e concetto? Eraclito ("tutto diviene") e Parmenide ("l'essere è") si scontrano nella sua interiorità rispettivamente come un circolo di fronte a un quadrato!

 

Eraclito

 

Parmenide

 

E ciò mi porta a considerare che chi nel progresso dell'evoluzione umana non riesce a comprendere che gli uomini antichi, raggiungendo lo stadio della vita di pensiero, persero progressivamente le ataviche esperienze immaginative, passando dal cosiddetto "pensare" col cuore al pensare razionale, non può che vedere i pensatori greci del sesto secolo e dei secoli seguenti senza alcuna differenza rispetto ai pensatori attuali. È ovvio allora che ciò che si può cogliere è solo l'aspetto contraddittorio: o sto con Eraclito e col divenire, o sto con Parmenide e con l'essere, dato che il circolo non può essere quadrato. Con una simile impostazione di pensiero, oggi si può stare solo con i democratici o con gli antidemocratici (Eraclito fu un avversario accanito del partito democratico). Ma il pensiero, che solo in quel periodo sorgeva per la prima volta negli uomini, circondava la loro interiorità come una specie di muro, e ciò può essere percepibile, almeno come ipotesi concreta, osservando noi stessi in rapporto all'osservazione storica della vita del pensiero. Se si chiede a se stessi quando fu che il nostro pensiero sorse, si ricorda di solito che i primi ragionamenti incominciano ad essere fatti, salvo eccezioni, verso il 7°, 8°, o 9° anno di età (ovviamente c'è anche chi arriva a 90 anni senza avere mai veramente pensato!). In ogni caso, l'infanzia dell'umanità, sperimentando quel "muro" verso il sesto secolo prima di Cristo, non poteva non avvertire che, prima, si sentiva ancora immersa, secondo il suo sentire, nei fenomeni della natura, e ciò che sperimentava con tali fenomeni, le si presentava come l'apparire di immagini, vive, come erano vive le sue attività fisiche. Ora, col fiorire della vita pensante, tutta questa varietà di immagini veniva spenta dalla forza del pensiero. E là, dove prima nascevano e si espandevano suggestioni immaginative, vi era oramai il pensiero a dominare il mondo esterno come un "muro" con cui bisognava incominciare a fare i conti. Allo stesso modo, per es., i bambini di pochi anni, ancora immersi nei fenomeni della natura, se battono la testa contro lo spigolo di un tavolo, dicono al tavolo "Cattivo!", perché secondo il sentire dell'umanità antica e dell'umanità bambina, l'immagine del tavolo è qualcosa di vivente, il cui spigolo può anche fare male, perché ciò non è ancora vissuto come razionale. Se si accetta questo, Eraclito e Parmenide possono essere compresi realmente in senso evolutivo. "Tutto diviene", dice Eraclito, per il quale ogni essere statico è mera apparenza, che già, appena la si considera, divena altro nel fiume del divenire. Eraclito si sente immerso nel divenire come in un'anima universale che pulsa nella sua, e che le comunica la vita, nella misura in cui la sua lo riconosce. Da questa comunione con l'anima del mondo, nasce nella mente di Eraclito la convinzione che anche se ciò che vive ha, grazie alla corrente del divenire, la morte in sé, pure la morte racchiude in sé la vita. Vita e morte risiedono tanto neI nostro vivere quanto nel nostro morire. Tutto contiene ogni altro elemento in sé; solo così il divenire eterno può penetrare tutto. L'evoluzione di questi pensieri richiese poi, come un'esigenza di maggiore stabilità interiore, di riconoscere come vere solo quelle concezioni del mondo che si dimostrassero capaci di soddisfare pienamente il "neonato" pensiero, in tutti i suoi principali nuovi quesiti: in cosa consisteva e in che modo si strutturava la sostanza originale del mondo? In che modo la si poteva comprendere una volta per tutte in modo esaustivo? In questo contesto apparve Parmenide, il quale vedeva nella natura esterna, osservata dai sensi, l'irreale che genera illusioni. E solo nell'unità, solo nell'elemento indistruttibile che il pensiero poteva afferrare, risiedeva per lui la verità. Si sviluppava così un'esperienza di pensiero che ne faceva un'arte specifica, la cosidetta dialettica. In quest'"arte del pensiero" l'interiorità imparava a conoscersi nella sua indipendenza, e nel suo essere chiusa in se stessa. Ciò che costituiva l'essenza stessa dell'animarsi interiore (anima) era considerato realtà interiore. E ciò faceva anche sentire all'anima di non vivere più come nei tempi primitivi, confusa con la vita universale, dato che ora nutriva in se stessa un'altra vita: la vita del pensiero, radicata nell'intimo degli uomini. Ed è proprio grazie a questa nuova vita che l'interiorità, cioè l'anima - che nei secoli successivi sarebbe poi stata sperimentata come "Io sono", culminando nell'evento del Golgota - poteva ora incominciare a sentirsi radicata nello spirito cosmico! Certamente questo sentimento non si esprime ancora in un pensiero distinto, ma può benissimo essere riconosciuto come vivente in quell'epoca, grazie alla valutazione che se ne può fare: secondo un "Dialogo" di Platone, Parmenide aveva detto al giovane Socrate che egli doveva imparare da Zenone (e Zenone la pensava come lui) l'arte del pensiero, altrimenti sarebbe sempre rimasto lontano dalla verità. Non si può dunque negare che per questi uomini, che volevano esplorare le profondità spirituali e primordiali dell'essere, fosse sentita la necessità di quell'"arte del pensiero", cioè la "dialettica", nata da questa concezione del mondo detta "eleatica" (Parmenide e Zenone sono di Elea).
Questo per dire che come osservatore, o come filosofo, io devo attenermi ad oggetti di percezione e poi ragionarci su. Ma dal momento che ragiono sul ragionato, o sul creduto, o su un concetto predefinito, devo fare attenzione. Devo verificare continuamente se quella definizione è un preconcetto acritico, come per esempio la definizione di Dio. Siccome non posso percepire Dio in modo sensibile, non posso procedere come se Dio fosse un oggetto di percezione. Posso tutt'al più studiare la numerologia del suo nome. Non posso però assumere Dio come dato impercepibile avente carattere di percepibilità. Chi chiede a se stesso com'è costituita una matita, come viene preparato il materiale che costituisce la matita, come vengono connesse le diverse sue parti, quando è stata inventata la matita, ecc., armonizza con la realtà le sue idee molto più di chi riflette sulla creazione dell'uomo, o della vita.
Certamente non sostengo che la filosofia debba vietarsi il principio di non contraddizione o le astrazioni concettuali sulla creazione o sulla vita. Quello che voglio dire è che il creatore di filosofie non può mettersi allo stesso livello del creatore del mondo o confrontarsi con lui. L'essere umano è una creatura creativa, non uno degli Eloim! Un artista può senz'altro chiedersi come ha fatto un altro artista a creare quella data opera. Però in quanto creatura posso chiedermi come Dio ha fatto a crearmi solo in un modo: ragionando sulla base di percezioni e di relativi concetti, non in modo totalmente astratto. Solo nel caso in cui un Dio, e non un uomo, chiedesse ad un altro Dio come ha creato quella determinata creatura vi sarebbe possibilità di confrontare le loro opere. In quanto ricercatore scientifico-spirituale non devo (ed oltretutto non sono per nulla interessato a) stabilire, per esempio, la vecchia falsa contrapposizione tra spirito e materia. Perché tale diatriba tratta di spirito in astratto, senza alcuna possibilità di penetrare nell'essere o di intesservi materia. Posso casomai riflettere sul mio concetto di EVOLUZIONE, ed osservare se per EVOLUZIONE intendo o no il REALE svilupparsi, secondo leggi naturali, di ciò che segue da ciò che precede. In ogni caso, come eventuale sostenitore della teoria dell'evoluzione non potrò mai dire, per esempio, che dal mio concetto del protoamnioto [sto usando qui le affermazioni di Rudolf Steiner de "La filosofia della libertà", n.d.a] posso ricavare quello del rettile con tutte le sue qualità, senza aver mai visto un rettile!

Non credo si possa ritenere molto assennato, dunque, che gli evoluzionisti credano a un'antica era terrestre in cui fu possibile ad un osservatore seguire con gli occhi la graduale evoluzione dei rettili dai protoamnioti, ammettendo che quel tale abbia potuto esser presente come osservatore dotato di sufficiente longevità. O che un altro osservatore abbia potuto osservare lo sviluppo del sistema solare dalla nebulosa primordiale di Kant-Laplace, ammettendo che durante quel periodo infinitamente lungo, costui abbia potuto occupare un posto conveniente nell'etere cosmico [ibid.].
Dunque la pretesa di dire ciò che Adamo sa o non sa, o ciò che Dio sia, prima o dopo la creazione, è per me assennato quanto la pretesa di voler misurare una nuova forma naturale sulle antiche, e dire che i rettili sono una forma illegittima (degenerata) perché non coincidono con i protoamnioti.

Dall'essere di una specie antica non si può dedurre l'essere di una specie seguente. Figuriamoci se posso farlo con Dio!
Dunque, se il credente in Dio afferma la sua dottrina dicendo che Dio è, è sempre stato, e sempre sarà, la stessa cosa si può dire dell'uomo, grazie all'identità dell'uomo e Dio, dimostrabile numerologicamente, e già sostenuta dalle antiche scritture.

Se per ipotesi l'uomo, prima della sua presente manifestazione nel cosmo, fosse stato talmente sottile da risultare invisibile all'attuale occhio umano, non si dovrebbe avere anche il diritto o la pretesa di affermare che, poiché non lo si percepisce, o poiché non sta scritto nella Torah, che l'uomo non esisteva. Infatti vi sono altre scritture, come per esempio i Veda, che affermano il contrario.

E devo tenerne conto. Allo stesso modo, devo tener conto della differenza fra la veggenza di coloro che scrissero quei testi e quella dell'uomo attuale.

L'inizio della Bibbia narra uno stadio della manifestazione del mondo umano. Ciò non significa che prima di quell'inizio l'uomo non abbia potuto essere in altra forma.
"Secono i magi dell'Est", scriveva Aristotele, "ci sono due principi primi nel mondo, uno spirito buono e uno spirito cattivo; il nome dell'uno è Zeus o Aura Mazda, del secondo è Ades o Arimane" (2). Ecco io credo che le cose stiano esattamente come le ha scritte Aristotele, ed ho caratterizzato spesse volte l'influsso arimanico in cui è caduta la nostra cultura.

Arimane è il dio del materialismo che vorrebbe ridurre tutto a materia, ed è solo a causa dell'influsso arimanico che l'uomo respinge la convinzione interiore della possibilità della percezione immateriale fino al non dolerla portare ad intima coscienza.
Io so che nella mia vita ogni cosa dipende dalle altre, e così come di solito si va in giro portandosi dietro l'errore che siamo esseri solo MATERIALI, non anche IMMATERIALI, allo stesso modo ci portiamo dietro anche altri errori: parliamo di evoluzione e pensiamo sempre che tutto vada sempre in avanti, in modo unilaterale.

Ma all'evoluzione ascendente segue quella discendente, esattamente come all'inspirazione segue l'espirazione.
Credendo che l'evoluzione si svolga solo in ascesa, ci si allontana così dalla vera realtà.

Si parla allora, come fanno i darwinisti materialisti, sotto l'influsso di una certa erronea tendenza: in principio ci sono esseri semplici, poi evoluzione, poi ancora esseri più complicati e così di seguito all'infinito, sempre più complicato, sempre più perfetto.
Ma tutto questo è assurdo.
Ogni sviluppo che procede, ha anche la via del ritorno; ogni ascesa è seguita da una discesa, perché ogni ascesa porta in sé la disposizione alla discesa.
Si annovera tra le più insidiose illusioni della filosofia moderna quella di aver smarrito il rapporto tra evoluzione e involuzione, tra SVILUPPO e DIVENIRE RECESSIVO, quello di cui, per esempio, Severino sembra non accorgersi.
Se volessi adottare la convinzione di Severino che il divenire non abbia realtà, dovrei confutare il divenire di tutta la sua filosofia, perché essa, fino a prova contraria, DIVIENE poesia:
"[...] l'apparire delle cose non può mostrare la sorte di ciò che non appare più. Come la volta del cielo non può mostrare, a chi la guardi, quale sia la sorte del sole, quando il sole è tramontato. La volta del cielo mostra i tramonti e l'orrore dei tramonti che annunciano la buia notte. Il cerchio dell'apparire mostra l'orrore del fuoco e della cenere, ma non mostra l'annientamento della legna. Può accadere che la legna non appaia più, e appaiano soltanto quegli eterni che sono il fuoco e la cenere. Ma anche la legna è un eterno; sì che il suo uscire dal cerchio dell'apparire non è il suo andare nel nulla. Tutto ciò che muore è eterno; ed è eterno anche tutto ciò che ancora non è nato [...] Il superamento della contraddizione è la "Gioia". Il luogo in cui la contraddizione dell'uomo è superata è l'essere autentico dell'uomo. Noi siamo la Gioia. [...] La verità è l'unico bene che il paradiso della tecnica non può ottenere. Nel tempo della penuria della verità [...] si può ritornare al senso che l'Occidente ha attribuito alla verità, cioè alla verità dell'epistéme. Ci si può muovere in circolo, ritornando all'inizio. Ma si può scorgere anche il senso inaudito della verità, ossia la dimensione in cui consiste il destino della verità. Può allora incominciare, per i popoli, il tramonto della FOLLIA ESSENZIALE possono farsi innanzi le eterne costellazioni della Gioia [...] attese dall'apparire del destino" (15).
Sono invece profondamente in sintonia con queste conclusioni del suo pensiero, testimone di un superamento del pensiero dialettico, dato che qui
il pensiero di Severino si fa (consciamente o inconsciamente), poesia, arte del bello. Mentre avrebbe dovuto rimanere - proprio secondo i suoi contenuti che non conferiscono realtà al divenire - EPISTÉME reale, scienza del pensiero, scienza della Parola, scienza del Logos, scienza dell'io, cioè rimanere se stessa in quanto Sapienza.
Dove c'è sviluppo ascendente dev'esserci infatti anche la disposizione allo sviluppo discendente; nel momento in cui uno sviluppo evolutivo comincia a divenire recessivo, il fisico passa a un'evoluzione spirituale, perché non appena il fisico comincia a divenire recessivo, come si vede ogni giorno per esempio dai fatti di sangue in TV, si forma il posto per un'evoluzione spirituale.

Mi sembra che Severino chiami FOLLIA ESSENZIALE ciò che io chiamo sviluppo discendente o sviluppo recessivo del pensare.
E poiché ogni cosa è connessa con le altre, sotto l'influsso dello stesso errore che attribuisce al divino qualità luciferiche, o cattivi esempi che inducono l'uomo all'errore, l'uomo sembra oggi incline a vedere unilateralmente un ideale nella rappresentazione del bello.

Certamente non affermo che Severino abbia questa inclinazione unilaterale. Però di fatto è per me certo che l'eternità di tutto ciò che ancora non è nato, le costellazioni della Gioia, attese dall'apparire del destino, la volta del cielo, che annunciando la buia notte, mostra i tramonti, ma che non può mostrare la sorte del sole quando il sole è tramontato, ecc., tutto questo è il DIVENIRE poesia della filosofia di Severino.
Certamente il divenire non è un male. Ma certamente il divenire è reale.

Il male è casomai essere inconsapevoli che se come uomini ci dedichiamo solo al bello, coltiviamo in noi forze di tipo luciferico.

Nel mondo reale è infatti altrettanto poco presente il puro bello, quanto poco vi è di sviluppo univoco. Nello sviluppo invece è insito anche quello contrario, in quanto vi è evoluzione e involuzione percepibili.

Il puro bello, adoperato da Lucifero per abbagliare e incatenare gli uomini, li svincolerebbe dall'evoluzione della Terra, non li terrebbe in accordo con questa.

Nella realtà, proprio come il gioco reciproco di evoluzione e involuzione, c'è proprio un gioco reciproco, anzi una dura lotta, della bellezza contro la bruttezza.
Anche quando voglio afferrare l'arte nella sua realtà, non posso dimenticarmi dell'estremo senso dell'arte nel mondo, cioè quel gioco reciproco in cui mi si presenta la lotta del bello col brutto, perché solo tenendo conto dello stato di equilibrio tra bello e brutto, io sto nella realtà, non unilateralmente in una realtà che non mi appartiene, e che tende a condurmi nella realtà luciferica o in quella arimanica.
Nel capitolo "Il denaro"(4),
Severino, citando l'opera "Filosofia del denaro" di Georg Simmel, afferma che "nessun simbolo dell'assoluto carattere dinamico del mondo è più chiaro del denaro", ma si limita a osservare il "rapporto tipico tra denaro e prostituzione". Negando realtà al divenire, egli non riesce a vedere che il brutto del denaro non consiste tanto in tale rapporto, quanto nel fatto che mentre il carattere del denaro è il suo essere dinamico, nella realtà del divenire siamo invece costretti a rapportarci ad un denaro privo del suo carattere dinamico.

 

Infatti c'è l'inflazione proprio perché abbiamo denaro statico, assoluto, e dunque astratto ed irreale.

 

L'astratto domina il concreto.
Il concreto consiste nel fatto che con tale denaro si acquista merce, però la merce, poniamo un chilo di carne, dopo un po' marcisce, perché questa è la concreta legge del divenire, mentre il denaro apparentemente no.

Dunque vi è una controparte iniqua, cioè non equa, fra merce e denaro: da una parte vi è merce che deperisce, dall'altra vi è denaro che in apparenza non deperisce. Questa è però un'illusione, in quanto poi la massaia vede a spese sue che con l'inflazione il potere di acquisto scema. Ecco dunque la necessità di un denaro a scadenza, deperibile come ogni cosa posta nella realtà del divenire. Solo questo denaro non può essere paragonato alla prostituzione! Ma se si nega realtà al divenire, si fugge dalla realtà, e si è costretti a vedere, ma solo astrattamente o superficialmente, quanto il denaro sia poco bello, essendo paragonabile alla prostituzione!
Nell'antica Grecia ci si poteva ancora dedicare unilateralmente alla bellezza, perché l'umanità di allora non era stata ancora coinvolta nell'evoluzione discendente della Terra, per lo meno non in Grecia. Da allora però l'uomo non può più concedersi il lusso di coltivare solo il bello: sarebbe una fuga dalla realtà. Egli deve coraggiosamente confrontarsi con la lotta reale tra bello e brutto, deve poter sentire le dissonanze e le consonanze nel mondo. E deve poter partecipare alla lotta fra di esse.
Ciò che occorre oggi per questa lotta è una disposizione mentale quotidiana realmente conscia della presenza del soprasensibile intorno a noi, che non si affidi all'illusione che si vedano realmente gli uomini per il fatto che si guardano, e che non si vedano realmente gli spiriti per il fatto che non si possono guardare. In verità neanche gli uomini si possono vedere.

L'illusione sta nel credere di vederli.

In realtà gli uomini non differiscono in questo (cioè nel fatto che sono anche spirito e vita immateriale) dagli Eloim.

Il compito che si impone agli uomini attuali, cioè ai cittadini, è quello di imparare ad afferrare (ovviamente senza pretendere di essere divinità in astratto rispetto ad altri che non lo sono, come fanno i banchieri, che si permettono il lusso della "creatio ex nihilo"!) l'omogeneità fra gli Eloim e noi stessi.

La gente può anche dire che non lo vede, ma con il mistero del Golgota, l'impulso del Cristo è entrato nell'evoluzione terrena, soprattutto nell'EVOLUZIONE DIVINA DELL'UOMO, ed oramai è legato ad essa.

Certamente la gente non vede, ed è sicuro che non potrà vederlo fino a quando ci si ingannerà ancora sull'uomo stesso, vale a dire fino a quando vedrà nell'uomo altro da ciò che egli è veramente. Ma nell'attimo in cui la capacità di vedere l'uomo come essere immateriale non sarà una mera teoria, ma una vivente realtà sentita dall'io, l'uomo educherà in se stesso la facoltà di percepire quell'impulso.

Finché lo si afferma teoricamente o per fede, non si conclude alcunché.

Occorre non credere più.

Solo quando si giudicherà assurdo anche per i sensi che quello che si incontra sia l'uomo reale, solo allora si sarà nella disposizione mentale giusta.

Senza io, non può e non potrà mai esservi sovranità popolare, né sovranità monetaria.
Non va dimenticato poi che oggi gli uomini cercano ancora di risolvere i problemi sociali tramite avanzi di antichi stati di coscienza.

Tutto ciò che poté essere risolto tramite quegli avanzi è però già stato risolto.

La Terra è nella parte discendente della sua evoluzione, e non è con gli impulsi antichi che si può far fronte alle esigenze che emergono oggi.

I problemi attuali possono esser risolti solo da un'umanità nuova, avente una nuova disposizione d'animo.
Il compito che ci è proposto è proprio questo: adoperarci perché si realizzi negli uomini tale nuova disposizione d'animo.
Che gli uomini non riescano a uscire dalle idee adoperate per millenni è certamente il più grosso incubo attuale.

Oltretutto, se anche voltiamo le spalle all'intelligenza astratta, lo facciamo solo in apparenza, ma in realtà è qualcosa di impossibile riuscirvi. Ecco perché come uomini moderni siamo schiavi.

Però vi è anche qualcosa di possibile: dire la verità, superando il pilatismo, che fa dire a Pilato: cos'è la verità?

In questa esigenza io condivido molti aspetti del pensiero di Severino. Perché la verità c'è, e fa davvero liberi.
L'ingenua accusa alla tecnologia, intesa come "potenza e sapienza capace di raccogliere in sé tutta la potenza e sapienza del passato" e come "despota che ha preso il posto di Dio come padrone del mondo e del tempo, all'interno della Follia dell'Occidente", è anch'essa una scappatoia per evitare di vedere le cause interiori che rendono un mezzo in sé neutro come la tecnologia, uno strumento di degradazione piuttosto che di elevazione dell'uomo.

È facile accusare un oggetto, un metodo, un sistema.

Difficile, invece, perché radicalmente logico, è identificare l'IDEA dietro l'oggetto, o il metodo, o il sistema.


Dietro il sistema monetario attuale, vi è un'idea del tutto errata, vale a dire che il denaro possa prendere valore dal nulla, che sia un nulla, o tutt'al più prostituzione (si noti che i termini "prostituzione" e "santità" sono noti nella lingua biblica per essere formati dalla medesima radice "kadosh"!).

Questo NIHILISMO DEL DENARO impedisce di vedere che il denaro non è solo prostituzione. Il denaro è spirito: spirito concentrato. Occorre passare dal denaro-sterco delle società per azioni con scopo di lucro, al denaro-spirito di società per azioni LIBERE (5)!

Dietro il sistema monetario attuale, vi è dunque l'idea erronea della creazione dal nulla di un denaro inteso come prostituzione o come sterco del demonio, mentre esso è spirito concentrato!

L'errore passa per non errore non perché la gente sia stupida ma perché poggia su un MODO TERRORIZZATO DI PENSARE, generato da un vero e proprio TERRORISMO DEL PENSIERO, di cui bisognerebbe prendere coscienza.
Il terrorismo del pensiero l'ho potuto analizzare a fondo in questi anni, ricavandone lo scritto "Autopsia della paura" (6), basato sulle osservazioni del filosofo russo Solov'ëv (1853-1900) (7), il quale nelle sue dodici lezioni sulla divino-umanità spiegò che vi sono tre tipi di pensiero, uno sano, uno malato, ed uno che sta fra il primo ed il secondo.

Il pensare sano è da lui chiamato "organico", ed è quello capace di considerare le cose nella loro integrità onnilaterale, e quindi nel loro interiore nesso con tutte le altre. Ciò gli permette di dedurre dall'intimo di ciascun concetto tutti gli altri, cioè di evolvere un concetto fino alla pienezza della verità integrale. Per questo motivo può essere chiamato anche pensare evolutivo, libero, o contemplativo.

Di fronte a questo pensare, vi è il pensare "meccanico", da me spesso spesso chiamato "pensare cablato" o "pensare mentecattocomunista", in quanto qui non si pensa più in modo libero, ma secondo costrizioni e/o paure esistenziali: si pensa che il bianco sia nero, o viceversa, per fame, perché la schiavitù del "tengo famiglia" fa agire così. Questo modo di pensare è infatti razionalistico e combinatore: prende i concetti nel loro stato di separazione astratta, e astraendoli li considera in una qualche determinazione unilaterale, unendoli poi in maniera esteriore, oppure raffrontandoli in una qualche relazione ugualmente unilaterale più generale. Con questo pensiero si può dimostrare astrattamente tutto e il contrario di tutto, esattamente come fanno attualmente gli economisti asserviti ai politici, i quali, a loro volta, sono asserviti ai banchieri.
Nelle sue varianti, il pensare organico è tipico dei veri filosofi, dei contadini, e delle masse popolari, mentre il pensare "meccanico" è tipico dei logisti e/o dei "pensatori" completamente avulsi dalla realtà.
Invece coloro che stanno tra i primi e i secondi hanno un terzo modo di pensare, che è ancora più dannoso del secondo. Costoro sono i sedicenti colti o istruiti, le cosiddette "mezze calze", gli "intellettualini", i cosiddetti "esperti", i preti, i politicastri ed i politicanti, mascherati da politici (quasi tutta la classe politica), e/o arruolati nella "politichetta paesana", che pur di ottenere un privilegio leccano piedi, mani e scarpe, con salamelecchi ed inchini al vicesindaco, ecc., completamente dimentichi del concetto di DIGNITÀ. In seguito a un maggior sviluppo formale delle loro attività intellettuali, costoro hanno abbandonato le concezioni popolari immediate, ma non sono arrivati ad una coscienza filosofica integrale. Perciò devono accontentarsi del pensare pensato da altri (ideologie di gruppo, verità televisive, faziosità del "politicamente corretto", ecc.) o del pensare astratto, che divide o dissolve (analizza) la realtà immediata, e qui sta il suo merito, ma che non è in grado di forgiare alla realtà una nuova realtà superiore ed un nesso, e qui sta il suo limite, che è appunto un limite della cablatura cerebrale (mentecattocomunismo) al massimo livello, quello per cui un padre arriva a terrorizzare il figlio perché il figlio pensa diversamente dalle istituzioni del terrore, o dalle scuole di Stato che educano alla burocrazia ed al servilismo, che ne sta alla base.
Le "mezze calze" fanno in genere sopportare alle masse popolari, fantozzianamente pazienti nel lasciarsi strumentalizzare, il risultato malato della loro logica anti-uomo e cioè bloccata al suo più basso livello, quello meccanico-descrittivo del mero mondo sensibile e del suo accostamento in concetti "coerenti".
Il grande inganno sta proprio qui: nel non avvertire i superiori livelli logici che rendono la logica strumento PER l'uomo.
Da questo punto di vista, la logica anti-uomo della creazione dal nulla della moneta-sterco è identica all'altra idea errata della "creatio ex nihilo" del dogma religioso creduto, cioè della menzogna creduta.

Ecco perché ho detto che non bisogna più credere.

Oggi non si tratta più di credere. Perché qui è in gioco la DIGNITÀ umana: oggi si deve sapere come stanno le cose, in modo che i manipolatori di capitali non abbiano più accesso alle tasche dei cittadini.

Perché è dallo spirito e dal sudore della fronte dei cittadini che il denaro prende valore!
La "creatio ex nihilo" è in realtà una menzogna, grande esattamente come la truffa dei banchieri nell'emissione di moneta creata dal nulla. Sono pazzie talmente grandi che nessuno ancora le vede.

Perché non ci si è ancora svegliati.

Si crede che la Genesi parli dell'inizio del mondo.

E si crede che si debba credere che è così, perché il "dover essere" lo impone.

In realtà si dorme.
Anticamente si sapeva del "1000 e non più 1000".

 

 

Ma con ciò si sapeva delle precedenti apocatastasi della Terra, ognuna delle quali aveva un nome preciso, "antico Saturno", "antico Sole", "antica Luna".

 

 

Oggi queste cose sono state talmente oscurate che all'inizio del 2000 si credeva che dovesse finire il mondo.

E moltissime persone mi chiedevano se io credessi nel "1000 e non più 1000"!

Allora rispondevo che gli zeri del "mille e non più mille" erano solo indicazioni del lavoro degli Eloim, i quali ripeterono a un gradino superiore gli stadi precedenti dell'evoluzione cosmica, e che in quelle "ripetizioni" essi preparavano l'evoluzione terrestre.

Ma il discorso si faceva lungo (infatti non si tratta di semplici ripetizioni, ma di ripetizioni ad un superiore livello ciclico, come avviene nella figura di una spirale logaritmica o di una serpentina).

 

 

Così ho promesso a molti che avrei poi scritto la spiegazione di quell'antico detto.
La reincarnazione planetaria, o apocatastasi, non è mai una ripetizione identica a quella precedente. Occorre pensare ad una ciclicità a forma di spirale, in cui la ripetizione si manifesta in una forma nuova, qualcosa in cui gli Eloim poterono riversare ciò che viveva in loro.

 


Steiner, spiegando l'azione degli Eloim, spiega contemporaneamente il senso reale della DIGNITÀ umana:
"[... è] come se in un gruppo di sette persone, ognuna delle quali ha imparato qualcosa di diverso e sono quindi diverse in quel che sanno fare, tutte lavorano però ad uno scopo. Vogliono fare una cosa sola, e ognuno deve dare quel che può fare meglio. Così nasce un lavoro in comune. Il singolo non ha da sé la forza di compiere quel lavoro, ma tutti insieme ne hanno la forza. Che cosa potremmo dire di sette simili persone che costruiscono un qualsivoglia prodotto comune? Si potrebbe dire che essi plasmano il loro prodotto in modo che esso corrisponda all'immagine che si erano fatta della loro opera. Dobbiamo anche ritenere assolutamente caratteristico che i sette Eloim operavano uniti al fine ultimo di creare il coronamento del loro agire: riversare cioè una forma umana in ciò che poteva nascere dalla ripetizione del già esistente, perché a tutto veniva impresso qualcosa di NUOVO [il maiuscolo è mio]. DI CONSEGUENZA NELLA GENESI SI PARLA IMPROVVISAMENTE UN LINGUAGGIO DEL TUTTO DIVERSO: prima, tutto viene espresso in un modo ben preciso: 'Gli Eloim crearono', ìgli Eloim dissero', e così via. Abbiamo a che fare con qualcosa di cui si ha l'impressione che sia determinato fin dal principio. Ora, quando deve intervenire il coronamento del divenire terrestre, si parla un nuovo linguaggio: 'Ci sia concesso di fare l'uomo'. Se lo rendiamo in una traduzione corrente, suona come un consiglio dei sette riuniti, come appunto si fa volendo compiere un'opera comune. Risulta così che in ciò che in definitiva appare quale coronamento dell'opera evolutiva, possiamo vedere un prodotto della collaborazione fra gli Eloim, che essi concorsero con quanto ognuno poteva a questo lavoro comune, e che alla fine la forma vitale umana comparve come l'espressione delle facoltà e delle forze che gli Eloim avevano fatte proprie durante le evoluzioni di Saturno, Sole e Luna" (8).
Infatti, la DIGNITÀ umana coincide poi in sostanza col sentimento di gratitudine verso gli Eloim:
"La coscienza religiosa di molte epoche" - continua Steiner - "nei sentimenti che suscitava con determinate parole, sentiva con molta più precisione di oggi come il problema andasse posto in realtà. Lo aveva sentito anche l'antico saggio ebreo. Quando dirigeva i suoi sentimenti verso i sette Eloim, era come se si dicesse con tutta l'umiltà e la venerazione con cui si guarda in alto: 'L'uomo è qualcosa di possente nel mondo, perché sette attività si dovettero riunire in un gruppo per crearlo!'. Dobbiamo sentire tutto il peso di queste parole: la forma umana sulla Terra è lo scopo degli dèi!"
Chi sente l'importanza di ciò, sa infatti che la forma umana è qualcosa rispetto alla quale l'io ha una responsabilità precisa: l'obbligo di renderla più perfetta possibile:
"La possibilità del perfezionamento venne data nel momento in cui gli Elohim presero la decisione comune di far fluire in uno scopo comune tutto ciò che essi potevano. All'uomo è affidata l'eredità divina perché egli la porti sempre più in alto nei più lontani tempi futuri. Sentire questo scopo con pazienza e umiltà, ma anche con forza, deve essere uno dei risultati che fluiscono dalle considerazioni cosmiche che possianio collegare alle monumentali parole che troviamo all'inizio della Bibbia. Quelle parole ci svelano la nostra origine, la nostra meta, e ci indicano in pari tempo il nostro massimo ideale. Noi sentiamo di avere un'origine divina".
Sentiamo però anche - continua Steiner - che di fronte all'antico detto delfico "Uomo, conosci te stesso" l'uomo, pur vedendo tutta la sua debolezza, vede anche davanti a sé la sua meta divina. Non si perde più! Non inaridisce più in se stesso ma, sentendisi innalzato, sperimenta se stesso conoscendosi, e può sperimentarsi nell'altro "io", che gli fluisce da qualcosa che è affine al suo, perché quello è la sua meta divina (9).
Ecco perché ho chiamato ho intitolato questo blog "SENZA L'IO NON PUÒ ESSERVI SOVRANITÀ", dato che esso è iplicitamente l'esigenza del "conosci te stesso", e l'io è la verità, senza la quale non potrà mai esservi sovranità.
Tutto il discorso conclusivo di Emanuele Severino è per me giusto, e tutte le sue considerazioni sulla "creatio ex nihilo" sono per me sacrosante.

Però la sua critica ad essa da' per scontato che tale "creatio ex nihilo" sia qualcosa di credibile, mentre essa è mera menzogna e mero addormentamento delle coscienze, in stile romano.

 

Di fronte alle prime 148 lettere di Genesi, l'anno nuovo 2007 sia una meditazione NUOVA...

 

 

Le cose più grandi non si possono dire... occorre vederle... accorgersi... la creazione non è finita... la verità è sinfonia... tutto procede...

 

 

NOTE
(1) E. Severino, "Il mio scontro con la Chiesa", Ed. Rizzoli, Milano, 2001, p. 41.
(2) W. David Ross, "Aristotele", fr. 6, p. 74, trad. it. Feltrinelli, Milano 1976.
(3) E. Severino, "Nascere", par. 9 dell'ultimo capitolo, op. cit.
(4) "Nascere", op. cit., parte decima.
(5) Cfr. Pietro Archiati, "Spirito & Denaro S.p.A.", Ed. Scienza dello Spirito, Roma, 1998.
(6) Lo scritto sarà pubblicato al più presto in questo blog.

(7) Vladimir Sergeeviç Solov'ëv, "Lezioni sulla divino-umanità", Ed. Jaka Book.
(8) Rudolf Steiner, "Genesi. I misteri della versione biblica della creazione", Ed. Antroposofica, Milano, 1978.
(9) Cfr. Steiner, "Genesi...", op. cit.

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La riflessione pensante su quanto è possibile ricavare dai testi sacri sulla questione dell'esistenza o meno di un creatore DAL NULLA, e dunque anche del senso del nulla antecedente la creazione, si connette non solo alla teologia ed alla filosofia ma anche al monetarismo, in quanto creazione di moneta DAL NULLA...

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