SENZA L'IO NON PUÒ ESSERVI SOVRANITÀ

SENZA L'IO NON PUÒ ESSERVI SOVRANITÀ

30/11/2006 - creazionidalnulla

CREAZIONI DAL NULLA

I giorni della genesi del mondo sono espressi nella Bibbia con la parola ebraica "iom".

 


Il plurale di "iom" è "iamim", cioè gli "eoni", percepite dalle tradizione antiche (e, con altri nomi, anche da esoterismi extrabiblici) come potenti entità temporali che prendono parte all'evoluzione cosmica, intervenendo una dopo l'altra, e man mano sostituendosi. Questo era anticamente il vero significato di "iom", e solo molto più tardi il concetto astratto di tempo venne legato a ciò che in origine significava la parola "eone".
Anche se da circa quattro o cinque secoli non è più così, il tempo è stato inteso nel corso dei millenni pre-biblici almeno come qualcosa di vivente e di esistente. Dunque mi rapporto qui al concetto di "iom" come si rapportavano millenni e milleni fa gli uomini antichi e/o prediluviani: iom è un'entità. Quando si ha a che fare con sette simili iamim che si susseguono, si intendono sette entità, o gruppi di entità, che si danno il cambio. Iom è come un dio percepibile dall'uomo antico. È un dio. E la settimana ne è espressione vivente.

 


Nel fenomeno linguistico latino dei giorni, ciò è comprovato dalla somiglianza fra "deus" e "dies", Dio e giorno. Perciò quando si parlava dei giorni della settimana, il lunedì, era il dì della Luna, martedì, il dì di Marte, mercoledì, il dì di Mercurio, e così via, non si intendevano solo dei periodi di tempo, ma con i dies erano anche intesi i gruppi di esseri della Luna, Marte, Mercurio e così via.
Per l'uomo che redasse la Bibbia la parola "iom", "giorno" non è dunque l'astrazione temporale che oggi indichiamo come giorno, ma un essere.
I giorni erano precisamente ESSERI che nell'ordine delle gerarchie spirituali erano detti "archai", cioè spiriti della personalità o spiriti del tempo.
Eppure per la fisica meccanicistica attuale il tempo non esiste, è "immaginario" (Cfr. Giuseppe Vatinno in "Il tempo? Non esiste dice Zichichi").
Certo, il tempo, così come è sempre stato interpretato nella filosofia occidentale - e cioé come nulla, o nullismo, o nihilismo (nichilismo) nel significato determinato ed essenziale di tale termine, e cioè che tutto esca dal nulla e vi ritorni, già espresso nell'atto di fede dottrinario della "creazione dal nulla - non esiste.
Ma per sostenere che il tempo non esiste, bisognerebbe accettare allora almeno il comparire e lo scomparire di cose eterne entro una variazione che non è nascita e annientamento, ma un manifestarsi e un sottrarsi, e che da questo punto di vista la vita umana è un processo di manifestazione e di sottrazione di un frammento di eternità.
In altre parole, sostenere che il tempo non abbia realtà lo si può fare solo ponendosi nell'ottica di Dio o dell'al di là. Certo si può anche ragionare così, cioè come potrebbe farlo un essere che deve creare il mondo.


Ma essere creatura mi impone di dover comprendere il mondo, non di crearlo.

 

E per comprendere che il pane ieri costava meno di oggi, non occorre tanta scienza astratta, sia pur essa teologica, filosofica o economicistica. Non occorrono tanti paroloni o tanti intellettualoni.

Il tempo è, tanto per la massaia quanto per me, una realtà. E se in quanto universitario economista arrivo a sostenere che il tempo non esiste, non per questo dovrei giustificare nel campo economico del terzo millennio il diritto medioevale di signoraggio.

 

Perché è proprio questo che si fa oggi nelle università, ed è proprio questo che fa aumentare poi i prezzi, sconcertando la massaia: si accetta la tesi del tempo che non esiste in nome del "tutto è relativo" di Einstein, e contemporaneamente si pretende di dominare il mondo economico, senza suddividerlo in parti per poterlo afferrare veramente.
Ciò è una superstizione che produce effetti ben più disastrosi di quelle fatte credere da Vanna Marchi.

 

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30/11/2006 - aritmosofia-e-filosofia

Nereo Villa
Senza l'io non può esservi sovranità
Aritmosofia e filosofia dell'io
Parte prima

 

"Terrestre", acquerello di Aurelia Pallastrelli

 

Questa pagina continua e sintetizza il risultato di miei precedenti studi sull'importanza biblica di alcune concetti ed idee, in primis il numero quattro, il concetto di potere, e l'idea di ciclicità della ricchezza (1), dato che qui parlo non solo di temi centrali del cattolicesimo e di altre confessioni religiose, quali per esempio l'eucarestia e la risurrezione, ma anche del monetarismo, cioè della morte, intesa come catastrofe o  brusco cambiamento di stato dell'imperialismo bancario, fatto che non può non avvenire, essendo il divenire una realtà della vita e del verbo essere: l'"io sono" deve infatti, per forza di cose, passare nell'"io sono stato", pur rimanendo se stesso, ed anche se nel qui ed ora l'io ha in sé più esperienza di ieri, rimane se stesso, migliora se stesso, e diventa sempre più se stesso. Così, in questo contesto del divenire - ed anche del problema filosofico del divenire - vi è posto anche per la moneta, dato che perfino il nome "moneta" basa su "manas", che in sanscrito significa "io superiore", o "io spirituale", o "sé spirituale".
Nel toccare il problema filosofico del divenire, queste mie riflessioni costituiscono, anche se indirettamente, una critica costruttiva al pensiero di Severino, cioè una critica costruttiva, impostata su premesse scientifico spirituali di tipo aritmosofico, all'esigenza di verità da lui esposta soprattutto in suoi scritti sulla cultura religiosa in generale, ed in particolare sul cattolicesimo.
La differenza fra la concezione di pensiero di Severino e la mia, è che per me il divenire è un oggetto di percezione reale, che non contraddice, ma che realizza il mio spirito evolutivo: se infatti un musicista non vuole, per pigrizia o in nome di una tecnica meramente digitale e computerizzata, applicarsi a studiare tecnicamente la diteggiatura di quel difficile passaggio musicale relativo al suo strumento, non potrà mai arrivare ad eseguire quel passaggio senza dipendere dal computer, e quella esecuzione rimarrà non attuata o, tutt'al più, storpiata, senza l'intervento del computer. Costui non sarà mai un pianista o un chitarrista, ecc. Sarà tutt'al più un bravo fonico emulatore.
La critica che Severino fa al comunismo, al capitalismo, e soprattutto al cattolicesimo, non mi è pertanto difficile da condividere, e la maggior parte delle sue affermazioni, soprattutto in merito alla chiesa cattolica, sono per me qualcosa non solo da accettare, ma da accettare come ovvio. Per esempio, se per un motivo qualsiasi fossi un giorno costretto a scegliere fra l'"eterno riposo" in una tomba e la risurrezione insegnata dal cattolicesimo o da qualsiasi altra confessione religiosa, preferirei la tomba: l'idea di un io che sopravvive non come io ma come mera carne ("risurrezione della carne"), o mero corpo ("il mio corpo vedrà il Salvatore"), cioè alla stregua di un essere meramente materiale, è per me ripugnante. È un'idea perversa, che abbassa lo spirito, operando contro lo spirito stesso. Io mi riconosco e mi accetto. Riconosco l'umanità e l'accetto. Riconosco la vita e l'accetto. Però non posso accettare chi non riconosce l'io. O meglio, posso accettarlo allo stesso modo in cui un medico accetta un malato. Perché se non riconoscessi tale patologia, e fossi "tollerante" con tale impostazione di NON PENSIERO che non riconosce l'io, darei solo man forte alla produzione di schiavi.
Eppure oggi più che mai, a non riconoscere l'io sono proprio i sedicenti filosofi, gli economisti, e TUTTE le istituzioni.
Da questo punto di vista Severino, e ciò vale anche per la maggior parte di coloro che occupano posizioni istituzionali, non mi sembra da meno, dato che inizia la sua conferenza "Tecnica, nichilismo verità", tenuta a Mosca presso l'ambasciata italiana l'11 dicembre 1998, e saggio conclusivo del suo ultimo libro "Nascere", sintesi di tutto il suo pensiero, con queste parole:
"Sono onorato di esporre qui a Mosca alcuni tratti centrali del mio discorso filosofico. Ma che peso può avere un discorso che sia "mio", cioè sia il prodotto teorico di "qualcuno", di un "individuo" (o anche di un gruppo sociale)? Che verità può avere un discorso di questo tipo? E, d'altra parte, il senso che la nostra cultura attribuisce alla "verità" e alla sua negazione è indiscutibile? Desidero aggiungere che i "tratti centrali" di un discorso filosofico rinviano ai tratti fondamentali, che però, in questo nostro incontro, dovranno restare sullo sfondo".
Spero di sbagliarmi, ma questa introduzione, al di là dell'umiltà accademica, sembrerebbe affermare: "Ciò che dico io non ha peso, anche se...", e questo atteggiamento è tipico di coloro che propongono se stessi non attraverso il loro io, ma attraverso conclusioni logiche che devono restare "sullo sfondo", come se l'io non contasse nulla, come se il pensare stesso non contasse nulla.
Eppure Severino nel libro "La bilancia", che è una raccolta di suoi articoli a quotidiani e riviste, osserva che l'invincibilità materiale ha preso il posto della invincibilità della verità, segno quindi che egli crede ancora nella verità.
Ma chi crede nella invincibilità della verità può davvero iniziare un discorso come sopra?
Oggi, in effetti la gente, per fede in determinate conclusioni o definizioni logiche considerate realistiche, non capisce che occorre osservare la realtà, e che solo dalla realtà derivano le giuste impostazioni dei problemi.
E ciò vale anche e soprattutto in campo sociale.
Per esempio, si crede che bisogna lavorare perché vi sia merce. Ovviamente bisogna lavorare per avere merce. Ed è logico che la merce provenga dal lavoro. Ma non si tiene conto del fatto che oggi la maggior parte del lavoro viene svolto dalle macchine.
In base a questa mancanza di considerazione della realtà si accetta poi come ineluttabilmente normale che chi non trova lavoro debba impoverirsi sempre più, mentre la tecnologia e il progresso avanzano. Che logica è mai questa?
Allora bisognerebbe chiedersi: la realtà è mera logica o è qualcosa di diverso?
Io so che la realtà è logica in quanto legame (logos) fra oggetto di percezione ed "io". Nella realtà del quotidiano, l'essere umano infatti si collega alle cose caratterizzandole attraverso perfezionamenti mai esaustivi dei relativi concetti, vale a dire non attraverso definizioni concettuali pre concepite (preconcetti), e nella misura in cui progressivamente si allarga la cerchia del mio osservare, io sono obbligato a correggere la mia immagine del mondo. Questo processo di attività interiore si verifica tanto nel mio quotidiano quanto nell'evoluzione generale dell'umanità: l'immagine che gli antichi si facevano della relazione della terra col sole e con gli altri corpi celesti, dovette essere sostituita da Copernico con un'altra, proprio perché non andava più d'accordo con certe percezioni che prima erano sconosciute. Ciò significa anche che chi si rapporta al mondo attraverso definizioni o dogmi è costretto prima o poi a proclamare l'incompatibilità tra il pensiero di qualcuno e la sua "ideologia".
Infatti, quando Severino insegnava all'università cattolica di Milano, nel 1970 la chiesa cattolica proclamò ufficialmente l'incompatibilità tra il suo pensiero e il cristianesimo, e nel suo libro "Il mio scontro con la chiesa" è contenuta tutta la documentazione epistolare che ha condotto a tale proclama.
La religione, tuttavia, è rimasta un tema centrale della sua filosofia, e nel suo ultimo libro "Nascere" egli si dedica a un esame rigoroso delle posizioni della chiesa cattolica sull'idea di verità e di natura, sulla bioetica, sulla libertà d'insegnamento, sulle leggi dello Stato, e sull'economia, tutto ciò in relazione all'idea del divenire.
A me pare che, per quanto i risultati della ricerca di Severino siano giusti, l'arrivarvi in modo teoretico, attraverso il non dare realtà al divenire sia qualcosa di errato, o quanto meno di molto farraginoso e inefficace.
Oltretutto, a me pare sensibilmente percepibile che per accorgersi che la chiesa è marcia non ci vuole tanta filosofia teoretica: la ricchezza dello IOR (banca vaticana) e la povertà di Gesù di Nazareth sono da secoli sotto gli occhi di tutti, ed allo stesso modo è sotto gli occhi della storia che la chiesa ha sempre ammazzato tutti coloro che fino a due secoli fa si opponevano ai suoi dogmi.
Chi poggia sulla realtà non può fare a meno di osservare queste cose.
Per esempio, se si osserva come il divenire si manifesti nel "pensiero" dei materialisti darwinisti convinti, si ha di fronte il fatto che costoro credono che da un animale come la scimmia salti poi fuori, come dal cappello di un prestigiatore, l'uomo. Da bravi scienziati naturalisti costoro si formano prima il concetto di una sorta di scimmia e poi quello dell'uomo. Però non esiste in natura il corrispondente oggetto di percezione di tale passaggio, proprio perché tale passaggio è solo una elucubrazione astratta, che non basa su dati reali di osservazione, come è stato del resto diligentemente dimostrato nel 1971 da Björn Kurtén nel suo libro "Inte från aporna" ("Non dalle scimmie"") (2).
Quando si vuole poggiare su fatti reali, occorre dunque distinguere fra logica concettuale meramente astratta, e logica derivata dall'osservazione. E tutto ciò dovrebbe essere approfondito non solo nel campo religioso, ma in ogni campo conoscitivo, e soprattutto in quello delle scienze sociali, altrimenti non si può arrivare ad un vero ordinamento sociale, o a condizioni politiche necessarie al presente e al domani. Chi dunque non vuole indirizzarsi verso un pensiero conforme alla realtà, può pervenire solo a qualcosa di inutile, ed, anzi, di distruttivo, per tutti.
Severino incomincia il suo libro chiedendosi:
"L'"uomo" - si dice - si allontana sempre più dalla "natura". Ad esempio, non aumenta nel mondo il numero degli aeroporti, degli aerei, degli uomini che vivono porzioni crescenti della loro esistenza muovendosi nel cielo? E non basta già questo a convincere che aumenta una forma di comportamento ben distante dalle CONDIZIONI ORIGINARIE (3) della vita umana? Per "natura" l'uomo non vola..." (4).
Ma qui, le "CONDIZIONI ORIGINARIE della vita umana" non sono assunte come oggetti di percezione reali, perché Severino è un uomo di questo tempo, e non un uomo dei primordi. Esse sono pertanto soltanto immaginate come tali! E qui è facile cadere nel misticismo, nel fideismo, o nell'immaginazione poggiante su mere astrazioni. Presumere che la vita umana reale sia come la si afferma è infatti immaginare e CREDERE a "CONDIZIONI ORIGINARIE" impercepibili, alle quali si da' carattere di percepibilità!
Una simile impostazione di pensiero non poggia dunque su quanto si connette a fatti reali, bensì su quanto è astratto dal reale. È un po' come quella dei darwinisti convinti, i quali credono nel concetto di "scimmia", il quale diventa poi il concetto di "uomo", pur non avendo mai osservato concretamente tale divenire.
Mi sembra dunque che in molte sue affermazioni Severino non parta dalla percezione degli oggetti del mondo, ma da contenuti di pensiero impercepibili, e tuttavia considerati come se fossero percepibili. Così, più avanti è costretto a dire: "Se si considera la CONDIZIONE ORIGINARIA dell'uomo, tutta la civiltà umana è "contro natura"; appunto perché essa è andata sviluppandosi oltrepassando continuamente i LIMITI costituiti da quella condizione".
Certamente, chi considera astrattamente la "CONDIZIONE ORIGINARIA dell'uomo" crede di percepire anche i relativi "LIMITI costituiti da quella condizione", fino ad affermare poi, come Severino fa, che "LA RAGIONE STESSA DELL'UOMO è contro natura", e che "l'evoluzione è l'abolizione dello stato originario dell'uomo. La configurazione attuale dell'uomo, rispetto alla sua natura originaria, è cioè contro natura".
Ovviamente, le cose del mondo possono essere osservate in tal modo solo da chi considera una violenza alla natura la volontà di approfondirle attraverso RAGIONE. Ed è ovvio che da un punto di vista astratto come questo, l'evoluzione del pensiero umano possa apparire volontà dell'uomo di divenire altro da quello che è. In tutta questa concezione del mondo, il ritornello severiniano è infatti proprio il "divenire altro", quasi che le cose non debbano cambiare, ma rimanere quelle che sono, immutabili e incontrovertibili.
Severino nega realtà al divenire, e lo afferma esplicitamente: "[che il divenire non sia reale] lo dico da decenni nel modo più esplicito ed analitico possibile" (5).
In questo contesto, il DIVENTARE, il mutare, il cambiamento, la metamorfosi, tutto ciò, è considerato alla stregua del biblico peccato di Adamo ed Eva:
"Nello stesso mito veterotestamentario Adamo vuol DIVENTARE Dio. Vive nel paradiso terrestre: la terra ignora il dolore e la morte; non c'è bisogno di ripararsi da essi; non c'è da attendere un salvatore. Eppure Adamo vuole DIVENTARE sicut Deus, cioè sicut aliud. Guardando la terra crede di vedere il DIVENIR altro delle cose e di se stesso e crede quindi di poterlo portare al culmine".
Ma le cose stanno proprio così come Severino le descrive "percependo" fra virgolette quel momento iniziale del "berescìt" biblico? Se si considera quel momento si ha di fronte il punto in cui comincia il libro della Genesi, la Bibbia. Lì si parla certamente di uno stato di cose.
Però alle prime parole della Genesi devo davvero collegare quel qualcosa di astratto e di oscuro che mi si presenta nell'uso abitudinario di espressioni come "all'inizio" o "nel primo principio"?
In confronto a ciò che si può sperimentare con il  , "berescìt" (così è chiamato dagli ebrei il libro della Genesi), queste espressioni risultano meschine o banali.
Se si prendono i primi QUATTRO versetti biblici si possono infatti contare già 148 lettere.


Queste prime 148 lettere sono famose già solo come numero!
Si tratta di un numero importante che riguarda un "passaggio", espresso dai concetti di "Pasqua" ("Pasqua" significa propriamente "passaggio") e da quelli di "pane" e "vino", che nel contesto della liturgia pasquale sono gli elementi strumentali alla cosiddetta trasformazione delle sostanze, o transustanziazione.
 
Avviso il lettore che quanto segue è di facilissima comprensione.
 
Ed, anzi, perfino un bambino può capire (i bambini infatti capiscono immediatamente queste cose, perché non hanno ancora il cervello fuori uso a causa dei contenuti scolastici ed universitari a cui vengono poi sottoposti dalla cosiddetta cultura "dell'obbligo").
Se infatti ci si serve dell'alfabeto ebraico, si vede in che modo le parole bibliche si armonizzino tra loro.
A questo scopo si utilizzi il seguente tabulato riassuntivo dell'alfabeto ebraico, con a destra i rispettivi valori numerici (6):

 

Lettere ebraiche - Valori numerici
 

1ª ALEF = 1
2ª BET = 2
3ª GHIMEL = 3
4ª DALET = 4
5ª HE = 5
6ª VAV = 6
7ª ZAIN = 7
8ª CHET = 8
9ª TET = 9
10ª JOD = 10
11ª KAF = 20
12ª LAMED = 30
13ª MEM = 40
14ª NUN = 50
15ª SAMEK = 60
16ª HAIN = 70
17ª PHE = 80
18ª TZADE = 90
19ª QOF = 100
20ª RESH = 200
21ª SCIN = 300
22ª TAW = 400 


Si entra così in un vero e proprio mondo di numeri, che deve fare da guida, in quanto costituisce il mondo essenziale della parola biblica.
L'alfabeto ebraico, infatti, non distingue fra lettere e cifre, come fanno gli alfabeti occidentali, anche se è possibile trovare in alcuni di essi, per esempio nell'alfabeto romano, una flebile traccia di questa funzionale bipolarità fra lettera e numero. per esempio, la "v" maiuscola latina, "V", corrispondeva al numero 5, la "L" al 50, la "C" al 100 e così via.
Se ora si prendono i rispettivi valori numerici delle parole "lechém",  , che significa "pane", e "iaìn",  , che significa "vino", e "pesàc",  , che significa "Pasqua, passaggio", si hanno i seguenti numeri:
 
30, 8, 40 (lettere lamed, chet e mem della parola "lechém"), totale 78;
10, 10, 50, (lettere iod, iod, e nun della parola "iaìn") totale 70;
e 80, 60, 8, (lettere pe, samec, e chet della parola "pesàc") totale 148.
 
Quest'ultimo numero è però la somma di 78+70, cioè del pane più il vino, elementi essenziali della cena pasquale:


pane = 30 + 8 + 40 = 78
vino = 10 + 10 + 50 = 70
Pasqua = 80 + 60 + 8 = 148 = pane + vino


Ecco dunque perché per "percepire" il momento iniziale della Bibbia non basta collegare al  "berescìt" biblico la mera e usuale traduzione linguistica: "In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre".
 
Quando l'essenzialità di un linguaggio consiste nella sua peculiarità aritmosofica, come nel caso della lingua ebraica, il solo tradurre in un'altra lingua i suoi contenuti, che sono in essenza contenuti aritmetici, significa farne qualche cosa d'altro, snaturarla: i suoi contenuti-di-immagini-E-di-numeri vengono ridotti a sole immagini.
Tenendo conto della concezione quantitativa, e non solo quella qualitativa di tipo linguistico o semantico, della lingua ebraica, ho più volte osservato come il solo tradurla, vada contro le indicazioni stesse della Bibbia: non appena infatti "la parola non è niente di più che una descrizione di un'immagine o di un sentimento, essa perde la sua connessione con l'elemento quantitativo, tramite il quale fu portata fino al confine del mondo spazio-temporale con il mondo dell'essenza. Se dunque si vuol vedere una parola biblica solo come una descrizione di immagine, così ad esempio [...] la parola "casa" solamente come immagine di una casa, oppure se nella descrizione di un sentimento, ad es. "vendetta", si bada soltanto a ciò che si sente quando si immagina "vendetta", allora in questi casi si è tolto alla parola biblica il suo significato più profondo. Della parola si sono fatte immagini. Ma come ciascuno sa, la Bibbia non vuole che si facciano immagini" (7).
Eppure moltissime persone costruiscono astrattamente i loro ragionamenti in base a immagini di questo tipo, che altro non sono se non "fede", intendendo con questo concetto la fede nei vari traduttori confessionali della Bibbia.
Quando Severino parla di fede, pare non rendersi proprio conto di questo aspetto ermeneutico dei testi biblici: "Questa fede ne rispecchia una ancora più originaria. Prima di aver mangiato dell'albero della scienza del bene e del male, Adamo sa già di essere stato prodotto, creato da Dio".
In tal modo Severino afferma così, cioè in modo ingenuo, ciò che presume sia vero, così come è stato tradotto. 
Ovviamente come filosofo nessuno può dire di avere percepito Adamo, o Dio, e tanto meno ciò Adamo e Dio sanno o creano.
Però se si vuole ragionare sull'Adamo e sul Dio della Bibbia, bisognerebbe almeno basarsi sulla peculiarità linguistica con cui questi due contenuti concettuali, Adamo,  , "Adam", e Dio,  , "Eloim", vengono trasmessi.
Oggi non si da' molta importanza ai nomi delle cose e delle persone, eppure i nomi, specialmente nel contesto biblico, ebbero ed hanno importanza assoluta, in quanto permettono di comprendere la realtà dell'essere a cui si riferiscono.
Per esempio, nella Bibbia si parla non solo di "Eloim" ma anche di "Yhwh Eloim", , che di solito è tradotto con "Signore Dio", o "Dominus Deus". Questa semplificazione impedisce di apprendere per esempio che le lettere "iod", "he", vav", "he", che formano la parola "Yhwh", scritte estensivamente come si pronunciano, hanno bisogno di tanti "mattoni" costitutivi quanti sono quelli che costituiscono la parola "adam"
Ora risulterà più chiara la seguente scrittura estesa delle quattro lettere "iod", "he", "vav", "he", che compongono il nome  Yhwh, superficialmente tradotto con "Dominus" (per "scrittura estesa" si intende la scrittura delle lettere alfabetiche che determinano il nome di una lettera, per esempio: in italiano, la struttura estesa della lettera "r" sarà il suo nome "erre" nella seguente sequenza o estensione: "e", "r", "r", "e"):
 
la scrittura estesa  della "iod" è data dalle lettere "iod", "vav", e "dalet";  
la scrittura estesa  della "he" è data dalle lettere "he" ed "alef";
la scrittura estesa  della "vav" è data dalle lettere "vav", "alef", e "vav";
la scrittura estesa  della "he" è data (come sopra) dalle lettere "he" ed "alef". 
 
Sommando i valori numerici di tutte queste lettere che formano la scrittura estesa di "iod", "he", "vav", ed "he", si ottiene rispettivamente:


 ["iod"+"vav"+"dalet"]+["he"+"alef"]+["vav"+"alef"+"vav"]+["he"+"alef"]
[ 10 + 6 + 4 ] + [ 5 + 1 ] + [ 6 + 1 + 6 ] + [ 5 + 1 ] = 45

 

la cui somma totale è 45.
 
Ma la aritmosofia di  "adam", parola formata dalle lettere "alef", "dalet", e "mem", in valori numerici 1, 4, 40, da' anch'essa come somma totale 45.
 
"Adam" e "Yhwh" consistono sostanzialmente allora del medesimo numero di unità?
È proprio così.
Ecco perché chi percepisce e riconosce l'antica conoscenza della Parola, poggiante su logica aritmosofico-biblica di questi nomi può penetrare fino alla Parola creatrice divina, che è il principio d'ogni cosa, ed alla quale accenna l'autore del Vangelo di Giovanni, nelle prime parole del libro: "In principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio".
 
Lo scrittore della tradizione giovannea voleva allora significare con il suo testo: o uomini, la Parola esiste anche oggi, e dove si trova? La Parola è presso l'uomo! È qualcosa di umano!
In questo modo dunque l'evangelista riallaccia l'uomo a Dio, non per fare della poesia religiosa o del misticismo, ma in realtà secondo concreta percezione scientifico-spirituale (aritmosofica), di un fatto preciso.
 
Si pensi a dei mattoni: l'uomo e Dio consistono concretamente del medesimo numero, 45, di "mattoni costitutivi"!
 
E Gesù di Nazaret non esprimeva forse quest'identità fra Dio e uomo anche in base alle antiche scritture dicendo "Non sta scritto nella vostra legge: "Io ho detto: voi siete dèi?" (8)?
Il salmo 82,6 dice infatti: "Io ho detto: 'Voi siete dèi, siete figli dell'Altissimo'"!
 
Da questo punto di vista, come stanno ora le cose col nome "Eloim" con cui principia la Bibbia, e che viene in genere tradotto con il termine "Dio" ("All'inizio Dio creò...")?
Qui l'aritmosofia è qualcosa che fa risaltare ancora di più questo aspetto del 45: la parola  "Eloim" è formata dalle lettere "alef", "lamed", "he", "iod", e "mem", valori numerici 1, 30, 5, 10, 40, somma totale 86.
Osservando queste lettere, si vede che fra la prima e l'ultima lettera di questo nome, cioè fra l'"alef" e la "mem", viene ad essere espresso il 45 proprio nella parte centrale del nome, e precisamente attraverso le lettere "lamed", "he", e "iod", come se "Eloim" fosse una madre che tiene nel proprio grembo il 45!

 


Ed è sorprendente che la parola ebraica per "madre"  , "èm", si scriva proprio con le lettere "alef" e "mem", rispettivamente iniziali e finali di "Eloim".

 

 

"Eloim" porta dunque in sé il 45 proprio come una grande madre capace di far crescere in sé "adam", l'umanità, esprimendo perfino il 9 come numero sintetico, dato dal 4 e dal 5, di quella crescita!
Ed il numero "nove" non fa forse pensare al "nuovo" che viene al mondo dopo 9 mesi di gravidanza (in latino "nove" è un avverbio che significa "nuovamente"!)?
Il numero 9 in ebraico è la lettera "tet", che come parola significa "utero", cioè il luogo dove si sviluppa, cresce ed infine si fa innanzi il "nuovo". Il futuro essere umano ha origine da una piccolissima porzione dell'uovo fecondato, precisamente - guarda il caso (!) - da 9 centesimi della morula. Dopo 9 mesi di gravidanza, il nuovo, il neonato, dall'utero viene alla luce.
La lingua biblica con la parola "tet" non intende tuttavia soltanto l'utero umano, ma qualcosa come il buio, dove il nuovo si prepara per venire alla luce. Si pensi alla nona piaga, la tenebra: anche in essa, come nell'utero e nel nove, sono concentrate per "i figli di Israele" (10) forze vitali di luce, di tipo solare e regale.
Perfino nell'opera dantesca sembra essere confermata l'antica conoscenza del nove, dato che dal misterioso numero 9 Beatrice è particolarmente amata, afferma Dante in "Vita Nova"!
 
Con il valore numerico "dieci" si fa avanti infatti una "nuova" dimensione, un nuovo livello del mondo dei numeri. Nel nostro modo di scrivere, tale novità è rappresentata dallo zero posto a destra dei precedenti nove numeri. Nella lingua italiana l'io, scritto con le maiuscole, assomiglia a un dieci: IO, in cui lo zero è il cerchio della vocale "o" e l'uno è la lettera "i".
Il ciclo, che compare con il numero 10 si trova immaterialmente prima dell'uno, come "uovo cosmico", da cui l'uno nasce, seguito dagli altri numeri fino a quando viene "nuovamente" alla luce. Ecco perché si diceva anticamente che la lettera "iod", valore numerico 10, viene preparata e partorita dalla "tet", valore numerico 9.
In realtà la "nuova" fase è che ogni valore numerico dopo il dieci, porterà in sé qualcosa della decina, e così via al "nuovo" livello delle centinaia, ecc.
La creazione, come la nascita, è dunque la buona "novella" dell'umanità "adam", il 45 che porta in sé il 9 cosmico, e che a sua volta è portato da "Eloim", come da una  "èm" cosmica, da una madre cosmica.
La creazione è dunque qualcosa che avviene dall'INTERNO di Dio stesso, come un riflettere cosmico, un pensare cosmico.
Gli Eloim, riflettendo, creano verso l'esterno, essendo attivi interiormente.
Siamo allora ben lontani qui dalla "creatio ex nihilo" del dogma creduto!
La creazione dal nulla promossa dalle confessioni religiose è data solo dal fatto che questo nulla - in ebraico "aìn" - è la barriera che si oppone alla facoltà intellettuale umana di ragionare, quando, attraverso mere astrazioni prive di contenuto, si pretende di oltrepassare i limiti dell'osservazione umana.
Il nulla sorge perché non si vuole poggiare sui fatti della realtà: si preferisce poggiare su carte, documenti, libri, modelli di pensiero, logica di concetti, che del concetto hanno solo la parvenza, ma che sono immaginazioni, o leggi, o dogmi, o fede acritica. E poggiando su incartamenti... ci si "incarta".
 
Ci si "incarta" nel nulla perché non si vuol fare scaturire la logica dall'osservazione. Ecco perché salta fuori la cosiddetta "creazione dal nulla".
 
Ma l'inizio di cui parla la Genesi è solo un gradino della creazione. È l'espressione del manifestarsi di uno stadio evolutivo, un livello della spirale raggiunto. È come la conta dei numeri algebrici dal meno al più e viceversa. La creazione non è mai finita. È un po' come la respirazione, che procede con una inspirazione (evoluzione) ed una espirazione (involutzione). E così bisognerebbe interpretarla: come il detto "mille e non più mille" giustamente inteso, vale a dire dell'uno che proviene dal primo, dal secondo, dal terzo, e dal quarto "uovo cosmico", quello della nostra Terra attuale. Questo sapevano gli antichi a proposito della creazione creata dal cosiddetto "antropocosmo", termine con cui si intendeva un organismo vivente, cioè respirante, e produttore di "big bang" ad ogni intervallo fra le sue inspirazioni ed espirazioni!

 

 

Ecco perché gli antichi scrutatori delle scritture non concedevano alcuna interruzione della corrente di emanazione del primo grado (o prima "sefiràh") della creazione al suo consolidamento nei mondi noti alla cosmologia medioevale.
 
Ma poiché la verità spaventa e fa male al potere - soprattutto al potere dei manipolatori di capitali, che quanto a numeri, sanno loro come fare per frodare il popolo - essa doveva essere nascosta.
 
E questa concezione, che "rimase una credenza segreta - spiega Scholem (1897-1982) -, "venne nascosta dietro l'uso della formula ortodossa" (9) della "creatio ex nihilo", cioè della menzogna.
 
Oggi infatti ad imitare il dio astratto della "creazione dal nulla" sono i banchieri.
 
Essi fanno ciò all'insaputa del popolo, il quale dovrebbe essere sovrano (11), ma non lo è in quanto occultamente obbligato a delegare alla buonafede ed all'autocontrollo dei banchieri la gestione dell'emissione monetaria. È così divenuto tecnicamente possibile, per le banche, emettere denaro dal nulla. A questo conduce la "creatio ex nihilo" della menzogna.
Ad oggi infatti il popolo italiano non è in grado di opporsi ad uno scempio del genere, dato che è impossibile controllare che uso le banche private facciano della sovranità monetaria che detengono, dato che sono sorvegliate dalla Banca d'Italia SpA che è posseduta da loro stesse!
 
Ma tornando ora a Severino, devo dire che allo stato attuale dei "filosofi" che compaiono in TV, lui è senz'altro (almeno per me) il migliore.
 
Ciò non toglie che anch'egli si fondi su un'impostazione di pensiero tipica delle università, vale a dire quella dell'astratto che domina il concreto.
 
Credo tuttavia che Severino sia un pensatore onesto, anche se si serve, nel suo procedere, del mero pensiero universitario. Della sua sincera problematica condivido quasi tutte le sue conclusioni, anche se non posso accettare completamente il percorso che egli fa per arrivarvi, in quanto procedente da mere astrazioni mentali.
Per es., egli afferma che Adamo "sa già che all'inizio il Dio senza mondo è diventato quello straordinario altro che è il Dio insieme al mondo", e che "quell'originario esser divenuto altro da parte di Dio induce Adamo a credere nella possibilità che egli e la sua compagna abbiano a diventare quel non più straordinario altro che è il loro essere sicut Dii".
L'aritmosofia mostra invece che all'inizio non vi sono Eloim senza mondo. Perché gli Eloim, avendo in sé i 45 "mattoni", ed "Yhwh", essendo costituito da essi, mostrano un Dio creatore che ha il mondo in sé.
Si pone allora la domanda: una donna che diventa madre, diventa altra da se stessa, o diventa anzi maggiormente se stessa?
Allo stesso modo credo che se un pianista con volontà studia e ristudia tecnicamente quel passaggio, ed arriva ad eseguire quel brano di difficile esecuzione, non per questo diventa altro da un pianista, ma diventa semplicemente un pianista capace.
Pertanto la tentazione di Adamo non può, secondo me, essere intesa come un cattivo esempio che Dio da' all'uomo, inducendolo a peccare.
Certamente mi si può obiettare che non si può neanche paragonare Dio a un pianista che migliora se stesso, perché se è vero che Dio è per definizione perfetto, non può essere vero che si perfezioni, in quanto, evolvendosi, sarebbe in contraddizione con la sua perfezione. Ma questa obiezione proviene dal pensare Dio astrattamente e/o dogmaticamente, cioè aprioristicamente come se fosse possibile percepirlo e definirlo. È sostanzialmente un giochetto logico: Dio è perfetto, quindi l'evoluzione non può riguardarlo. Nella misura in cui il dualismo universitario fra cosa percepita e concetto, resta irrisolto, tutta la vita del pensiero procede così, come in un quiz, in cui assurdità e  paradossi passano inosservati, e nascono poi di conseguenza obiezioni simili a questa. Infatti per le università, la vita è tutta un quiz, come nella canzone.
Severino si oppone a questa carenza di universale nelle università - e qui mi è facile condividere il suo pensiero -, ma lo fa in modo universitario - e qui mi è impossibile condividerlo.
L'errore principale dell'impostazione universitaria è quello di far apprendere il pensiero dei vari filosofi non tenendo conto di una questione storica fondamentale che riguarda il periodo che va dal sesto secolo precedente l'anno zero fino all'anno zero. Da circa il sesto secolo prima di Cristo in poi avviene infatti qualcosa di straordinario nell'umanità: una vera e propria RIVOLUZIONE INTERIORE: l'antica veggenza degli uomini, poggiante su suggestioni immaginative provenienti dal sentire, ora terminava, ed incominciava ad essere rimpiazzata dal pensiero. Era il passaggio dal cuore al cervello. Oggi, tutti sono disposti ad ammettere poeticamente che anticamente si pensava col cuore.
Però non si è ancora chiarito che tale PASSAGGIO dal cuore, come sede del pensare, al cervello non ha un carattere meramente sentimentale, ma è qualcosa di straordinaria rilevanza scientifica e spirituale al contempo.
Nella recente edizione (12) del volume del prof. Rosalind Onians (1899-1986), che elaborò per circa 30 anni questo importante documento che "vuole avvicinarci alle radici del nostro essere", si parla di tale PASSAGGIO secondo indagine lessicale, cioè analizzando parole "per lo più greche e latine, con cui è stato dato nome alla vita, allo spirito, all'anima, al corpo ed alla sorte, fin dagli inizi di quella civiltà composita, sfaccettata, innovatrice che,a un certo punto (tardo) della sua storia, fu chiamata 'europea'".
Anticamente, infatti, tutta la veggenza umana era qualcosa di sognante e di impostato sul sentire, centrato appunto nel cuore e nel sangue, e ciò determinava gli uomini. Oggi invece l'organo del pensare è soprattutto la zona del capo, la cui massima testimonianza è espressa dallo straordinario evento del Golgota, parola questa, che proviene dall'ebraico e significa "cranio", e che è divenuta una sorta di tabù, dato che nessuno ne parla più. Il luogo del Golgota, "luogo del cranio", è infatti il luogo in cui fu assassinato Gesù di Nazaret, detto Cristo.
I pensatori che vivono sei secoli prima di Cristo, sono coloro che avvertono per primi tale cambiamento dal "cuore" al "cervello", in quanto vivono nella loro attività interiore l'evoluzione verso una veggenza superiore in quanto libera dai legami del sangue e distaccata dalla mera emotività.
È però solo verso il 1500 d.C. che l'interiore attività umana - cioè l'anima,  prevalentemente sensitiva e sognante nell'antichità, e che ai tempi di Eraclito incominciò ad elevarsi fino alla possente immagine "razionale " del segno "più", "+", o "per", "x", della croce del Golgota - incomincia a manifestarsi anche come AUTOCOSCIENZA.
Se non si tiene nel dovuto conto queste evoluzioni del pensiero umano, ogni pensatore dai presocratici fino ad oggi, sembra contraddire il precedente, allo stesso modo di come i "pensatori" moderni della filosofia teoretica, formulano filosofie astratte, che si fronteggiano le une contro le altre, reciprocamente annullandosi, ed allo stesso modo in cui anche gli attuali politicanti, oramai assolutamente privi di ogni benché minima cultura del senso dell'esperimento o della prova della croce, non riescono più a comprendersi, accecati come sono dalla paura del domani.

(continua)

 

NOTE
(1) Vedi sul pul potere":
http://digilander.libero.it/nereovillarisponde/kos_kis_kas(6).htm .
(2) Björn Kurtén, "Non dalle scimmie", Ed. Einaudi, Torino, 1972.
(3) Nota di Nereo Villa: i caratteri maiuscoli sono miei.
(4) Emanuele Severino, "Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa", Ed. Rizzoli, Milano, gennaio 2005.
(5) Lettera inviata al direttore di "Avvenire" Dino Boffo il 6 dicembre 2004, in "Nascere", op. cit.
(6) Sull'attribuzione dei valori numerici alle 22 lettere ho sufficientemente trattato nel volume "Numerologia biblica. Considerazioni sulla Matematica Sacra", SeaR Edizioni, Reggio Emilia, aprile 1995.
(7) Cap. III di "Numerologia biblica", op. cit.
(8) Giovanni 10,34.
(9) Gershom Scholem, "La cabala", Ed. Mediterranee, Roma, 1974.
(10) Esodo, 10,23.
(11) Cfr. "All'insaputa del popolo sovrano":
http://digilander.libero.it/afimo/all_insaputa_del_popolo_sovrano.htm
(12) R.B. Onians, "Le origini del pensiero europeo", Ed. Adelphi, Milano, 2006.

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30/11/2006 - aritmosofia-e-filosofia2

Nereo Villa

Senza l'io non può esservi sovranità

Aritmosofia e filosofia dell'io

Parte seconda

 

"Maria con Bambino", acquerello di Aurelia Pallastrelli

 

Poiché l'evoluzione del pensare è importantissima, cercherò di spiegarla ulteriormente attraverso un esempio.
Quanto segue è però solo un esempio di impostazione universitaria del pensiero. E non intendo con questo dire che tutto il procedere di Severino sia così.
Nella lettera del 23 luglio 1968, che Severino scrive "a Sua Eccellenza Mons. Carlo Colombo" dell'università cattolica di Milano, afferma: "Dal mio punto di vista, una "concezione dialettica della verità" come "sintesi speculativa di Parmenide ("l'essere è") e di Eraclito ("tutto diviene") è un circolo quadrato"! (1)!
Cos'è questo "circolo quadrato" di Severino se non l'espressione della contraddizione del pensiero dialettico fra essere e divenire, fra natura e ragionamento evolutivo, fra ciò che è creato e ciò che è concepito, pensato, fra oggetto di percezione e concetto? Eraclito ("tutto diviene") e Parmenide ("l'essere è") si scontrano nella sua interiorità rispettivamente come un circolo di fronte a un quadrato!

 

Eraclito

 

Parmenide

 

E ciò mi porta a considerare che chi nel progresso dell'evoluzione umana non riesce a comprendere che gli uomini antichi, raggiungendo lo stadio della vita di pensiero, persero progressivamente le ataviche esperienze immaginative, passando dal cosiddetto "pensare" col cuore al pensare razionale, non può che vedere i pensatori greci del sesto secolo e dei secoli seguenti senza alcuna differenza rispetto ai pensatori attuali. È ovvio allora che ciò che si può cogliere è solo l'aspetto contraddittorio: o sto con Eraclito e col divenire, o sto con Parmenide e con l'essere, dato che il circolo non può essere quadrato. Con una simile impostazione di pensiero, oggi si può stare solo con i democratici o con gli antidemocratici (Eraclito fu un avversario accanito del partito democratico). Ma il pensiero, che solo in quel periodo sorgeva per la prima volta negli uomini, circondava la loro interiorità come una specie di muro, e ciò può essere percepibile, almeno come ipotesi concreta, osservando noi stessi in rapporto all'osservazione storica della vita del pensiero. Se si chiede a se stessi quando fu che il nostro pensiero sorse, si ricorda di solito che i primi ragionamenti incominciano ad essere fatti, salvo eccezioni, verso il 7°, 8°, o 9° anno di età (ovviamente c'è anche chi arriva a 90 anni senza avere mai veramente pensato!). In ogni caso, l'infanzia dell'umanità, sperimentando quel "muro" verso il sesto secolo prima di Cristo, non poteva non avvertire che, prima, si sentiva ancora immersa, secondo il suo sentire, nei fenomeni della natura, e ciò che sperimentava con tali fenomeni, le si presentava come l'apparire di immagini, vive, come erano vive le sue attività fisiche. Ora, col fiorire della vita pensante, tutta questa varietà di immagini veniva spenta dalla forza del pensiero. E là, dove prima nascevano e si espandevano suggestioni immaginative, vi era oramai il pensiero a dominare il mondo esterno come un "muro" con cui bisognava incominciare a fare i conti. Allo stesso modo, per es., i bambini di pochi anni, ancora immersi nei fenomeni della natura, se battono la testa contro lo spigolo di un tavolo, dicono al tavolo "Cattivo!", perché secondo il sentire dell'umanità antica e dell'umanità bambina, l'immagine del tavolo è qualcosa di vivente, il cui spigolo può anche fare male, perché ciò non è ancora vissuto come razionale. Se si accetta questo, Eraclito e Parmenide possono essere compresi realmente in senso evolutivo. "Tutto diviene", dice Eraclito, per il quale ogni essere statico è mera apparenza, che già, appena la si considera, divena altro nel fiume del divenire. Eraclito si sente immerso nel divenire come in un'anima universale che pulsa nella sua, e che le comunica la vita, nella misura in cui la sua lo riconosce. Da questa comunione con l'anima del mondo, nasce nella mente di Eraclito la convinzione che anche se ciò che vive ha, grazie alla corrente del divenire, la morte in sé, pure la morte racchiude in sé la vita. Vita e morte risiedono tanto neI nostro vivere quanto nel nostro morire. Tutto contiene ogni altro elemento in sé; solo così il divenire eterno può penetrare tutto. L'evoluzione di questi pensieri richiese poi, come un'esigenza di maggiore stabilità interiore, di riconoscere come vere solo quelle concezioni del mondo che si dimostrassero capaci di soddisfare pienamente il "neonato" pensiero, in tutti i suoi principali nuovi quesiti: in cosa consisteva e in che modo si strutturava la sostanza originale del mondo? In che modo la si poteva comprendere una volta per tutte in modo esaustivo? In questo contesto apparve Parmenide, il quale vedeva nella natura esterna, osservata dai sensi, l'irreale che genera illusioni. E solo nell'unità, solo nell'elemento indistruttibile che il pensiero poteva afferrare, risiedeva per lui la verità. Si sviluppava così un'esperienza di pensiero che ne faceva un'arte specifica, la cosidetta dialettica. In quest'"arte del pensiero" l'interiorità imparava a conoscersi nella sua indipendenza, e nel suo essere chiusa in se stessa. Ciò che costituiva l'essenza stessa dell'animarsi interiore (anima) era considerato realtà interiore. E ciò faceva anche sentire all'anima di non vivere più come nei tempi primitivi, confusa con la vita universale, dato che ora nutriva in se stessa un'altra vita: la vita del pensiero, radicata nell'intimo degli uomini. Ed è proprio grazie a questa nuova vita che l'interiorità, cioè l'anima - che nei secoli successivi sarebbe poi stata sperimentata come "Io sono", culminando nell'evento del Golgota - poteva ora incominciare a sentirsi radicata nello spirito cosmico! Certamente questo sentimento non si esprime ancora in un pensiero distinto, ma può benissimo essere riconosciuto come vivente in quell'epoca, grazie alla valutazione che se ne può fare: secondo un "Dialogo" di Platone, Parmenide aveva detto al giovane Socrate che egli doveva imparare da Zenone (e Zenone la pensava come lui) l'arte del pensiero, altrimenti sarebbe sempre rimasto lontano dalla verità. Non si può dunque negare che per questi uomini, che volevano esplorare le profondità spirituali e primordiali dell'essere, fosse sentita la necessità di quell'"arte del pensiero", cioè la "dialettica", nata da questa concezione del mondo detta "eleatica" (Parmenide e Zenone sono di Elea).
Questo per dire che come osservatore, o come filosofo, io devo attenermi ad oggetti di percezione e poi ragionarci su. Ma dal momento che ragiono sul ragionato, o sul creduto, o su un concetto predefinito, devo fare attenzione. Devo verificare continuamente se quella definizione è un preconcetto acritico, come per esempio la definizione di Dio. Siccome non posso percepire Dio in modo sensibile, non posso procedere come se Dio fosse un oggetto di percezione. Posso tutt'al più studiare la numerologia del suo nome. Non posso però assumere Dio come dato impercepibile avente carattere di percepibilità. Chi chiede a se stesso com'è costituita una matita, come viene preparato il materiale che costituisce la matita, come vengono connesse le diverse sue parti, quando è stata inventata la matita, ecc., armonizza con la realtà le sue idee molto più di chi riflette sulla creazione dell'uomo, o della vita.
Certamente non sostengo che la filosofia debba vietarsi il principio di non contraddizione o le astrazioni concettuali sulla creazione o sulla vita. Quello che voglio dire è che il creatore di filosofie non può mettersi allo stesso livello del creatore del mondo o confrontarsi con lui. L'essere umano è una creatura creativa, non uno degli Eloim! Un artista può senz'altro chiedersi come ha fatto un altro artista a creare quella data opera. Però in quanto creatura posso chiedermi come Dio ha fatto a crearmi solo in un modo: ragionando sulla base di percezioni e di relativi concetti, non in modo totalmente astratto. Solo nel caso in cui un Dio, e non un uomo, chiedesse ad un altro Dio come ha creato quella determinata creatura vi sarebbe possibilità di confrontare le loro opere. In quanto ricercatore scientifico-spirituale non devo (ed oltretutto non sono per nulla interessato a) stabilire, per esempio, la vecchia falsa contrapposizione tra spirito e materia. Perché tale diatriba tratta di spirito in astratto, senza alcuna possibilità di penetrare nell'essere o di intesservi materia. Posso casomai riflettere sul mio concetto di EVOLUZIONE, ed osservare se per EVOLUZIONE intendo o no il REALE svilupparsi, secondo leggi naturali, di ciò che segue da ciò che precede. In ogni caso, come eventuale sostenitore della teoria dell'evoluzione non potrò mai dire, per esempio, che dal mio concetto del protoamnioto [sto usando qui le affermazioni di Rudolf Steiner de "La filosofia della libertà", n.d.a] posso ricavare quello del rettile con tutte le sue qualità, senza aver mai visto un rettile!

Non credo si possa ritenere molto assennato, dunque, che gli evoluzionisti credano a un'antica era terrestre in cui fu possibile ad un osservatore seguire con gli occhi la graduale evoluzione dei rettili dai protoamnioti, ammettendo che quel tale abbia potuto esser presente come osservatore dotato di sufficiente longevità. O che un altro osservatore abbia potuto osservare lo sviluppo del sistema solare dalla nebulosa primordiale di Kant-Laplace, ammettendo che durante quel periodo infinitamente lungo, costui abbia potuto occupare un posto conveniente nell'etere cosmico [ibid.].
Dunque la pretesa di dire ciò che Adamo sa o non sa, o ciò che Dio sia, prima o dopo la creazione, è per me assennato quanto la pretesa di voler misurare una nuova forma naturale sulle antiche, e dire che i rettili sono una forma illegittima (degenerata) perché non coincidono con i protoamnioti.

Dall'essere di una specie antica non si può dedurre l'essere di una specie seguente. Figuriamoci se posso farlo con Dio!
Dunque, se il credente in Dio afferma la sua dottrina dicendo che Dio è, è sempre stato, e sempre sarà, la stessa cosa si può dire dell'uomo, grazie all'identità dell'uomo e Dio, dimostrabile numerologicamente, e già sostenuta dalle antiche scritture.

Se per ipotesi l'uomo, prima della sua presente manifestazione nel cosmo, fosse stato talmente sottile da risultare invisibile all'attuale occhio umano, non si dovrebbe avere anche il diritto o la pretesa di affermare che, poiché non lo si percepisce, o poiché non sta scritto nella Torah, che l'uomo non esisteva. Infatti vi sono altre scritture, come per esempio i Veda, che affermano il contrario.

E devo tenerne conto. Allo stesso modo, devo tener conto della differenza fra la veggenza di coloro che scrissero quei testi e quella dell'uomo attuale.

L'inizio della Bibbia narra uno stadio della manifestazione del mondo umano. Ciò non significa che prima di quell'inizio l'uomo non abbia potuto essere in altra forma.
"Secono i magi dell'Est", scriveva Aristotele, "ci sono due principi primi nel mondo, uno spirito buono e uno spirito cattivo; il nome dell'uno è Zeus o Aura Mazda, del secondo è Ades o Arimane" (2). Ecco io credo che le cose stiano esattamente come le ha scritte Aristotele, ed ho caratterizzato spesse volte l'influsso arimanico in cui è caduta la nostra cultura.

Arimane è il dio del materialismo che vorrebbe ridurre tutto a materia, ed è solo a causa dell'influsso arimanico che l'uomo respinge la convinzione interiore della possibilità della percezione immateriale fino al non dolerla portare ad intima coscienza.
Io so che nella mia vita ogni cosa dipende dalle altre, e così come di solito si va in giro portandosi dietro l'errore che siamo esseri solo MATERIALI, non anche IMMATERIALI, allo stesso modo ci portiamo dietro anche altri errori: parliamo di evoluzione e pensiamo sempre che tutto vada sempre in avanti, in modo unilaterale.

Ma all'evoluzione ascendente segue quella discendente, esattamente come all'inspirazione segue l'espirazione.
Credendo che l'evoluzione si svolga solo in ascesa, ci si allontana così dalla vera realtà.

Si parla allora, come fanno i darwinisti materialisti, sotto l'influsso di una certa erronea tendenza: in principio ci sono esseri semplici, poi evoluzione, poi ancora esseri più complicati e così di seguito all'infinito, sempre più complicato, sempre più perfetto.
Ma tutto questo è assurdo.
Ogni sviluppo che procede, ha anche la via del ritorno; ogni ascesa è seguita da una discesa, perché ogni ascesa porta in sé la disposizione alla discesa.
Si annovera tra le più insidiose illusioni della filosofia moderna quella di aver smarrito il rapporto tra evoluzione e involuzione, tra SVILUPPO e DIVENIRE RECESSIVO, quello di cui, per esempio, Severino sembra non accorgersi.
Se volessi adottare la convinzione di Severino che il divenire non abbia realtà, dovrei confutare il divenire di tutta la sua filosofia, perché essa, fino a prova contraria, DIVIENE poesia:
"[...] l'apparire delle cose non può mostrare la sorte di ciò che non appare più. Come la volta del cielo non può mostrare, a chi la guardi, quale sia la sorte del sole, quando il sole è tramontato. La volta del cielo mostra i tramonti e l'orrore dei tramonti che annunciano la buia notte. Il cerchio dell'apparire mostra l'orrore del fuoco e della cenere, ma non mostra l'annientamento della legna. Può accadere che la legna non appaia più, e appaiano soltanto quegli eterni che sono il fuoco e la cenere. Ma anche la legna è un eterno; sì che il suo uscire dal cerchio dell'apparire non è il suo andare nel nulla. Tutto ciò che muore è eterno; ed è eterno anche tutto ciò che ancora non è nato [...] Il superamento della contraddizione è la "Gioia". Il luogo in cui la contraddizione dell'uomo è superata è l'essere autentico dell'uomo. Noi siamo la Gioia. [...] La verità è l'unico bene che il paradiso della tecnica non può ottenere. Nel tempo della penuria della verità [...] si può ritornare al senso che l'Occidente ha attribuito alla verità, cioè alla verità dell'epistéme. Ci si può muovere in circolo, ritornando all'inizio. Ma si può scorgere anche il senso inaudito della verità, ossia la dimensione in cui consiste il destino della verità. Può allora incominciare, per i popoli, il tramonto della FOLLIA ESSENZIALE possono farsi innanzi le eterne costellazioni della Gioia [...] attese dall'apparire del destino" (15).
Sono invece profondamente in sintonia con queste conclusioni del suo pensiero, testimone di un superamento del pensiero dialettico, dato che qui
il pensiero di Severino si fa (consciamente o inconsciamente), poesia, arte del bello. Mentre avrebbe dovuto rimanere - proprio secondo i suoi contenuti che non conferiscono realtà al divenire - EPISTÉME reale, scienza del pensiero, scienza della Parola, scienza del Logos, scienza dell'io, cioè rimanere se stessa in quanto Sapienza.
Dove c'è sviluppo ascendente dev'esserci infatti anche la disposizione allo sviluppo discendente; nel momento in cui uno sviluppo evolutivo comincia a divenire recessivo, il fisico passa a un'evoluzione spirituale, perché non appena il fisico comincia a divenire recessivo, come si vede ogni giorno per esempio dai fatti di sangue in TV, si forma il posto per un'evoluzione spirituale.

Mi sembra che Severino chiami FOLLIA ESSENZIALE ciò che io chiamo sviluppo discendente o sviluppo recessivo del pensare.
E poiché ogni cosa è connessa con le altre, sotto l'influsso dello stesso errore che attribuisce al divino qualità luciferiche, o cattivi esempi che inducono l'uomo all'errore, l'uomo sembra oggi incline a vedere unilateralmente un ideale nella rappresentazione del bello.

Certamente non affermo che Severino abbia questa inclinazione unilaterale. Però di fatto è per me certo che l'eternità di tutto ciò che ancora non è nato, le costellazioni della Gioia, attese dall'apparire del destino, la volta del cielo, che annunciando la buia notte, mostra i tramonti, ma che non può mostrare la sorte del sole quando il sole è tramontato, ecc., tutto questo è il DIVENIRE poesia della filosofia di Severino.
Certamente il divenire non è un male. Ma certamente il divenire è reale.

Il male è casomai essere inconsapevoli che se come uomini ci dedichiamo solo al bello, coltiviamo in noi forze di tipo luciferico.

Nel mondo reale è infatti altrettanto poco presente il puro bello, quanto poco vi è di sviluppo univoco. Nello sviluppo invece è insito anche quello contrario, in quanto vi è evoluzione e involuzione percepibili.

Il puro bello, adoperato da Lucifero per abbagliare e incatenare gli uomini, li svincolerebbe dall'evoluzione della Terra, non li terrebbe in accordo con questa.

Nella realtà, proprio come il gioco reciproco di evoluzione e involuzione, c'è proprio un gioco reciproco, anzi una dura lotta, della bellezza contro la bruttezza.
Anche quando voglio afferrare l'arte nella sua realtà, non posso dimenticarmi dell'estremo senso dell'arte nel mondo, cioè quel gioco reciproco in cui mi si presenta la lotta del bello col brutto, perché solo tenendo conto dello stato di equilibrio tra bello e brutto, io sto nella realtà, non unilateralmente in una realtà che non mi appartiene, e che tende a condurmi nella realtà luciferica o in quella arimanica.
Nel capitolo "Il denaro"(4),
Severino, citando l'opera "Filosofia del denaro" di Georg Simmel, afferma che "nessun simbolo dell'assoluto carattere dinamico del mondo è più chiaro del denaro", ma si limita a osservare il "rapporto tipico tra denaro e prostituzione". Negando realtà al divenire, egli non riesce a vedere che il brutto del denaro non consiste tanto in tale rapporto, quanto nel fatto che mentre il carattere del denaro è il suo essere dinamico, nella realtà del divenire siamo invece costretti a rapportarci ad un denaro privo del suo carattere dinamico.

 

Infatti c'è l'inflazione proprio perché abbiamo denaro statico, assoluto, e dunque astratto ed irreale.

 

L'astratto domina il concreto.
Il concreto consiste nel fatto che con tale denaro si acquista merce, però la merce, poniamo un chilo di carne, dopo un po' marcisce, perché questa è la concreta legge del divenire, mentre il denaro apparentemente no.

Dunque vi è una controparte iniqua, cioè non equa, fra merce e denaro: da una parte vi è merce che deperisce, dall'altra vi è denaro che in apparenza non deperisce. Questa è però un'illusione, in quanto poi la massaia vede a spese sue che con l'inflazione il potere di acquisto scema. Ecco dunque la necessità di un denaro a scadenza, deperibile come ogni cosa posta nella realtà del divenire. Solo questo denaro non può essere paragonato alla prostituzione! Ma se si nega realtà al divenire, si fugge dalla realtà, e si è costretti a vedere, ma solo astrattamente o superficialmente, quanto il denaro sia poco bello, essendo paragonabile alla prostituzione!
Nell'antica Grecia ci si poteva ancora dedicare unilateralmente alla bellezza, perché l'umanità di allora non era stata ancora coinvolta nell'evoluzione discendente della Terra, per lo meno non in Grecia. Da allora però l'uomo non può più concedersi il lusso di coltivare solo il bello: sarebbe una fuga dalla realtà. Egli deve coraggiosamente confrontarsi con la lotta reale tra bello e brutto, deve poter sentire le dissonanze e le consonanze nel mondo. E deve poter partecipare alla lotta fra di esse.
Ciò che occorre oggi per questa lotta è una disposizione mentale quotidiana realmente conscia della presenza del soprasensibile intorno a noi, che non si affidi all'illusione che si vedano realmente gli uomini per il fatto che si guardano, e che non si vedano realmente gli spiriti per il fatto che non si possono guardare. In verità neanche gli uomini si possono vedere.

L'illusione sta nel credere di vederli.

In realtà gli uomini non differiscono in questo (cioè nel fatto che sono anche spirito e vita immateriale) dagli Eloim.

Il compito che si impone agli uomini attuali, cioè ai cittadini, è quello di imparare ad afferrare (ovviamente senza pretendere di essere divinità in astratto rispetto ad altri che non lo sono, come fanno i banchieri, che si permettono il lusso della "creatio ex nihilo"!) l'omogeneità fra gli Eloim e noi stessi.

La gente può anche dire che non lo vede, ma con il mistero del Golgota, l'impulso del Cristo è entrato nell'evoluzione terrena, soprattutto nell'EVOLUZIONE DIVINA DELL'UOMO, ed oramai è legato ad essa.

Certamente la gente non vede, ed è sicuro che non potrà vederlo fino a quando ci si ingannerà ancora sull'uomo stesso, vale a dire fino a quando vedrà nell'uomo altro da ciò che egli è veramente. Ma nell'attimo in cui la capacità di vedere l'uomo come essere immateriale non sarà una mera teoria, ma una vivente realtà sentita dall'io, l'uomo educherà in se stesso la facoltà di percepire quell'impulso.

Finché lo si afferma teoricamente o per fede, non si conclude alcunché.

Occorre non credere più.

Solo quando si giudicherà assurdo anche per i sensi che quello che si incontra sia l'uomo reale, solo allora si sarà nella disposizione mentale giusta.

Senza io, non può e non potrà mai esservi sovranità popolare, né sovranità monetaria.
Non va dimenticato poi che oggi gli uomini cercano ancora di risolvere i problemi sociali tramite avanzi di antichi stati di coscienza.

Tutto ciò che poté essere risolto tramite quegli avanzi è però già stato risolto.

La Terra è nella parte discendente della sua evoluzione, e non è con gli impulsi antichi che si può far fronte alle esigenze che emergono oggi.

I problemi attuali possono esser risolti solo da un'umanità nuova, avente una nuova disposizione d'animo.
Il compito che ci è proposto è proprio questo: adoperarci perché si realizzi negli uomini tale nuova disposizione d'animo.
Che gli uomini non riescano a uscire dalle idee adoperate per millenni è certamente il più grosso incubo attuale.

Oltretutto, se anche voltiamo le spalle all'intelligenza astratta, lo facciamo solo in apparenza, ma in realtà è qualcosa di impossibile riuscirvi. Ecco perché come uomini moderni siamo schiavi.

Però vi è anche qualcosa di possibile: dire la verità, superando il pilatismo, che fa dire a Pilato: cos'è la verità?

In questa esigenza io condivido molti aspetti del pensiero di Severino. Perché la verità c'è, e fa davvero liberi.
L'ingenua accusa alla tecnologia, intesa come "potenza e sapienza capace di raccogliere in sé tutta la potenza e sapienza del passato" e come "despota che ha preso il posto di Dio come padrone del mondo e del tempo, all'interno della Follia dell'Occidente", è anch'essa una scappatoia per evitare di vedere le cause interiori che rendono un mezzo in sé neutro come la tecnologia, uno strumento di degradazione piuttosto che di elevazione dell'uomo.

È facile accusare un oggetto, un metodo, un sistema.

Difficile, invece, perché radicalmente logico, è identificare l'IDEA dietro l'oggetto, o il metodo, o il sistema.


Dietro il sistema monetario attuale, vi è un'idea del tutto errata, vale a dire che il denaro possa prendere valore dal nulla, che sia un nulla, o tutt'al più prostituzione (si noti che i termini "prostituzione" e "santità" sono noti nella lingua biblica per essere formati dalla medesima radice "kadosh"!).

Questo NIHILISMO DEL DENARO impedisce di vedere che il denaro non è solo prostituzione. Il denaro è spirito: spirito concentrato. Occorre passare dal denaro-sterco delle società per azioni con scopo di lucro, al denaro-spirito di società per azioni LIBERE (5)!

Dietro il sistema monetario attuale, vi è dunque l'idea erronea della creazione dal nulla di un denaro inteso come prostituzione o come sterco del demonio, mentre esso è spirito concentrato!

L'errore passa per non errore non perché la gente sia stupida ma perché poggia su un MODO TERRORIZZATO DI PENSARE, generato da un vero e proprio TERRORISMO DEL PENSIERO, di cui bisognerebbe prendere coscienza.
Il terrorismo del pensiero l'ho potuto analizzare a fondo in questi anni, ricavandone lo scritto "Autopsia della paura" (6), basato sulle osservazioni del filosofo russo Solov'ëv (1853-1900) (7), il quale nelle sue dodici lezioni sulla divino-umanità spiegò che vi sono tre tipi di pensiero, uno sano, uno malato, ed uno che sta fra il primo ed il secondo.

Il pensare sano è da lui chiamato "organico", ed è quello capace di considerare le cose nella loro integrità onnilaterale, e quindi nel loro interiore nesso con tutte le altre. Ciò gli permette di dedurre dall'intimo di ciascun concetto tutti gli altri, cioè di evolvere un concetto fino alla pienezza della verità integrale. Per questo motivo può essere chiamato anche pensare evolutivo, libero, o contemplativo.

Di fronte a questo pensare, vi è il pensare "meccanico", da me spesso spesso chiamato "pensare cablato" o "pensare mentecattocomunista", in quanto qui non si pensa più in modo libero, ma secondo costrizioni e/o paure esistenziali: si pensa che il bianco sia nero, o viceversa, per fame, perché la schiavitù del "tengo famiglia" fa agire così. Questo modo di pensare è infatti razionalistico e combinatore: prende i concetti nel loro stato di separazione astratta, e astraendoli li considera in una qualche determinazione unilaterale, unendoli poi in maniera esteriore, oppure raffrontandoli in una qualche relazione ugualmente unilaterale più generale. Con questo pensiero si può dimostrare astrattamente tutto e il contrario di tutto, esattamente come fanno attualmente gli economisti asserviti ai politici, i quali, a loro volta, sono asserviti ai banchieri.
Nelle sue varianti, il pensare organico è tipico dei veri filosofi, dei contadini, e delle masse popolari, mentre il pensare "meccanico" è tipico dei logisti e/o dei "pensatori" completamente avulsi dalla realtà.
Invece coloro che stanno tra i primi e i secondi hanno un terzo modo di pensare, che è ancora più dannoso del secondo. Costoro sono i sedicenti colti o istruiti, le cosiddette "mezze calze", gli "intellettualini", i cosiddetti "esperti", i preti, i politicastri ed i politicanti, mascherati da politici (quasi tutta la classe politica), e/o arruolati nella "politichetta paesana", che pur di ottenere un privilegio leccano piedi, mani e scarpe, con salamelecchi ed inchini al vicesindaco, ecc., completamente dimentichi del concetto di DIGNITÀ. In seguito a un maggior sviluppo formale delle loro attività intellettuali, costoro hanno abbandonato le concezioni popolari immediate, ma non sono arrivati ad una coscienza filosofica integrale. Perciò devono accontentarsi del pensare pensato da altri (ideologie di gruppo, verità televisive, faziosità del "politicamente corretto", ecc.) o del pensare astratto, che divide o dissolve (analizza) la realtà immediata, e qui sta il suo merito, ma che non è in grado di forgiare alla realtà una nuova realtà superiore ed un nesso, e qui sta il suo limite, che è appunto un limite della cablatura cerebrale (mentecattocomunismo) al massimo livello, quello per cui un padre arriva a terrorizzare il figlio perché il figlio pensa diversamente dalle istituzioni del terrore, o dalle scuole di Stato che educano alla burocrazia ed al servilismo, che ne sta alla base.
Le "mezze calze" fanno in genere sopportare alle masse popolari, fantozzianamente pazienti nel lasciarsi strumentalizzare, il risultato malato della loro logica anti-uomo e cioè bloccata al suo più basso livello, quello meccanico-descrittivo del mero mondo sensibile e del suo accostamento in concetti "coerenti".
Il grande inganno sta proprio qui: nel non avvertire i superiori livelli logici che rendono la logica strumento PER l'uomo.
Da questo punto di vista, la logica anti-uomo della creazione dal nulla della moneta-sterco è identica all'altra idea errata della "creatio ex nihilo" del dogma religioso creduto, cioè della menzogna creduta.

Ecco perché ho detto che non bisogna più credere.

Oggi non si tratta più di credere. Perché qui è in gioco la DIGNITÀ umana: oggi si deve sapere come stanno le cose, in modo che i manipolatori di capitali non abbiano più accesso alle tasche dei cittadini.

Perché è dallo spirito e dal sudore della fronte dei cittadini che il denaro prende valore!
La "creatio ex nihilo" è in realtà una menzogna, grande esattamente come la truffa dei banchieri nell'emissione di moneta creata dal nulla. Sono pazzie talmente grandi che nessuno ancora le vede.

Perché non ci si è ancora svegliati.

Si crede che la Genesi parli dell'inizio del mondo.

E si crede che si debba credere che è così, perché il "dover essere" lo impone.

In realtà si dorme.
Anticamente si sapeva del "1000 e non più 1000".

 

 

Ma con ciò si sapeva delle precedenti apocatastasi della Terra, ognuna delle quali aveva un nome preciso, "antico Saturno", "antico Sole", "antica Luna".

 

 

Oggi queste cose sono state talmente oscurate che all'inizio del 2000 si credeva che dovesse finire il mondo.

E moltissime persone mi chiedevano se io credessi nel "1000 e non più 1000"!

Allora rispondevo che gli zeri del "mille e non più mille" erano solo indicazioni del lavoro degli Eloim, i quali ripeterono a un gradino superiore gli stadi precedenti dell'evoluzione cosmica, e che in quelle "ripetizioni" essi preparavano l'evoluzione terrestre.

Ma il discorso si faceva lungo (infatti non si tratta di semplici ripetizioni, ma di ripetizioni ad un superiore livello ciclico, come avviene nella figura di una spirale logaritmica o di una serpentina).

 

 

Così ho promesso a molti che avrei poi scritto la spiegazione di quell'antico detto.
La reincarnazione planetaria, o apocatastasi, non è mai una ripetizione identica a quella precedente. Occorre pensare ad una ciclicità a forma di spirale, in cui la ripetizione si manifesta in una forma nuova, qualcosa in cui gli Eloim poterono riversare ciò che viveva in loro.

 


Steiner, spiegando l'azione degli Eloim, spiega contemporaneamente il senso reale della DIGNITÀ umana:
"[... è] come se in un gruppo di sette persone, ognuna delle quali ha imparato qualcosa di diverso e sono quindi diverse in quel che sanno fare, tutte lavorano però ad uno scopo. Vogliono fare una cosa sola, e ognuno deve dare quel che può fare meglio. Così nasce un lavoro in comune. Il singolo non ha da sé la forza di compiere quel lavoro, ma tutti insieme ne hanno la forza. Che cosa potremmo dire di sette simili persone che costruiscono un qualsivoglia prodotto comune? Si potrebbe dire che essi plasmano il loro prodotto in modo che esso corrisponda all'immagine che si erano fatta della loro opera. Dobbiamo anche ritenere assolutamente caratteristico che i sette Eloim operavano uniti al fine ultimo di creare il coronamento del loro agire: riversare cioè una forma umana in ciò che poteva nascere dalla ripetizione del già esistente, perché a tutto veniva impresso qualcosa di NUOVO [il maiuscolo è mio]. DI CONSEGUENZA NELLA GENESI SI PARLA IMPROVVISAMENTE UN LINGUAGGIO DEL TUTTO DIVERSO: prima, tutto viene espresso in un modo ben preciso: 'Gli Eloim crearono', ìgli Eloim dissero', e così via. Abbiamo a che fare con qualcosa di cui si ha l'impressione che sia determinato fin dal principio. Ora, quando deve intervenire il coronamento del divenire terrestre, si parla un nuovo linguaggio: 'Ci sia concesso di fare l'uomo'. Se lo rendiamo in una traduzione corrente, suona come un consiglio dei sette riuniti, come appunto si fa volendo compiere un'opera comune. Risulta così che in ciò che in definitiva appare quale coronamento dell'opera evolutiva, possiamo vedere un prodotto della collaborazione fra gli Eloim, che essi concorsero con quanto ognuno poteva a questo lavoro comune, e che alla fine la forma vitale umana comparve come l'espressione delle facoltà e delle forze che gli Eloim avevano fatte proprie durante le evoluzioni di Saturno, Sole e Luna" (8).
Infatti, la DIGNITÀ umana coincide poi in sostanza col sentimento di gratitudine verso gli Eloim:
"La coscienza religiosa di molte epoche" - continua Steiner - "nei sentimenti che suscitava con determinate parole, sentiva con molta più precisione di oggi come il problema andasse posto in realtà. Lo aveva sentito anche l'antico saggio ebreo. Quando dirigeva i suoi sentimenti verso i sette Eloim, era come se si dicesse con tutta l'umiltà e la venerazione con cui si guarda in alto: 'L'uomo è qualcosa di possente nel mondo, perché sette attività si dovettero riunire in un gruppo per crearlo!'. Dobbiamo sentire tutto il peso di queste parole: la forma umana sulla Terra è lo scopo degli dèi!"
Chi sente l'importanza di ciò, sa infatti che la forma umana è qualcosa rispetto alla quale l'io ha una responsabilità precisa: l'obbligo di renderla più perfetta possibile:
"La possibilità del perfezionamento venne data nel momento in cui gli Elohim presero la decisione comune di far fluire in uno scopo comune tutto ciò che essi potevano. All'uomo è affidata l'eredità divina perché egli la porti sempre più in alto nei più lontani tempi futuri. Sentire questo scopo con pazienza e umiltà, ma anche con forza, deve essere uno dei risultati che fluiscono dalle considerazioni cosmiche che possianio collegare alle monumentali parole che troviamo all'inizio della Bibbia. Quelle parole ci svelano la nostra origine, la nostra meta, e ci indicano in pari tempo il nostro massimo ideale. Noi sentiamo di avere un'origine divina".
Sentiamo però anche - continua Steiner - che di fronte all'antico detto delfico "Uomo, conosci te stesso" l'uomo, pur vedendo tutta la sua debolezza, vede anche davanti a sé la sua meta divina. Non si perde più! Non inaridisce più in se stesso ma, sentendisi innalzato, sperimenta se stesso conoscendosi, e può sperimentarsi nell'altro "io", che gli fluisce da qualcosa che è affine al suo, perché quello è la sua meta divina (9).
Ecco perché ho chiamato ho intitolato questo blog "SENZA L'IO NON PUÒ ESSERVI SOVRANITÀ", dato che esso è iplicitamente l'esigenza del "conosci te stesso", e l'io è la verità, senza la quale non potrà mai esservi sovranità.
Tutto il discorso conclusivo di Emanuele Severino è per me giusto, e tutte le sue considerazioni sulla "creatio ex nihilo" sono per me sacrosante.

Però la sua critica ad essa da' per scontato che tale "creatio ex nihilo" sia qualcosa di credibile, mentre essa è mera menzogna e mero addormentamento delle coscienze, in stile romano.

 

Di fronte alle prime 148 lettere di Genesi, l'anno nuovo 2007 sia una meditazione NUOVA...

 

 

Le cose più grandi non si possono dire... occorre vederle... accorgersi... la creazione non è finita... la verità è sinfonia... tutto procede...

 

 

NOTE
(1) E. Severino, "Il mio scontro con la Chiesa", Ed. Rizzoli, Milano, 2001, p. 41.
(2) W. David Ross, "Aristotele", fr. 6, p. 74, trad. it. Feltrinelli, Milano 1976.
(3) E. Severino, "Nascere", par. 9 dell'ultimo capitolo, op. cit.
(4) "Nascere", op. cit., parte decima.
(5) Cfr. Pietro Archiati, "Spirito & Denaro S.p.A.", Ed. Scienza dello Spirito, Roma, 1998.
(6) Lo scritto sarà pubblicato al più presto in questo blog.

(7) Vladimir Sergeeviç Solov'ëv, "Lezioni sulla divino-umanità", Ed. Jaka Book.
(8) Rudolf Steiner, "Genesi. I misteri della versione biblica della creazione", Ed. Antroposofica, Milano, 1978.
(9) Cfr. Steiner, "Genesi...", op. cit.

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La riflessione pensante su quanto è possibile ricavare dai testi sacri sulla questione dell'esistenza o meno di un creatore DAL NULLA, e dunque anche del senso del nulla antecedente la creazione, si connette non solo alla teologia ed alla filosofia ma anche al monetarismo, in quanto creazione di moneta DAL NULLA...

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